In the early 1960’s, paper heroines emerge from the comics plates to explore a forbidden world. Their names are Barbarella, Jodelle, Pravda la survireuse (Pravda the motorized survivor)… They are free, powerful and sensual such as the Amazons. Born out of a teenage culture, they emboy a new ideal that will be the starting point for an unprecedented social and sexual revolution.
Besides these paper representations, other heroines, very real ones, take a part in the invention of a new artistic language – undoubtedly the most popular one of the second half of the 20th century: the Pop Art. Their works, like comic books, are full of vibrant rainbow colours. Through various ways, they envision a different world, with dreamed forms and bet on the construction of a better world rather than on an artificial amnesia of the dark hours of the past. Until 1973, the progressive future seem reachable (sexual emancipation, social rights, pacifism, extraterrestrial imaginations, etc.), and their works proclaim it: Love is All We Need! However, the artists are fully aware of the obstacles that litter this time capsule from 1961 to 1973, particularly with the imperialist wars, geopolitical polarities, the frantic race for consumption, etc. In this sense, the Amazons of Pop become complex, creaky … and tinged with raging humour.
For the first time on this scale, She-Bam Pow POP Wizz! tells us the open story of a generation of European and North American women who contributed with bold and flamboyance, to a less famous side of international Pop Art. For MAMAC 30th anniversary, this exhibition highlights a major axis of its collection – the face to face between New Realism and Pop Art – and one of its charismatic figures: the Franco-American artist Niki de Saint Phalle. In her wake, it is the essential contribution of female artists to Pop Art history that is shown here.
Artists and Amazons: Evelyne AXELL, BARBARELLA, Brigitte BARDOT, Marion BARUCH, Pauline BOTY, Martine CANNEEL, Lourdes CASTRO, Judy CHICAGO, CHRYSSA, France CRISTINI, Christa DICHGANS, Rosalyn DREXLER, Giosetta FIORONI, Jane FONDA, Ruth FRANCKEN, Ángela GARCÍA, Jann HAWORTH, Dorothy IANNONE, JODELLE, Jacqueline DE JONG, Sister Corita KENT, Kiki KOGELNIK, Kay KURT, Nicola L., Ketty LA ROCCA, Natalia LL., Milvia MAGLIONE, Lucia MARCUCCI, Marie MENKEN, Marilyn MONROE, Louise NEVELSON, Isabel OLIVER CUEVAS, Yoko ONO, Ulrike OTTINGER, Emma PEEL, PRAVDA la survireuse, Martha ROSLER, Niki de SAINT PHALLE, Carolee SCHNEEMANN, Marjorie STRIDER, STURTEVANT, Hannah WILKE, May WILSON.
This exhibition has been recognized of national interest by the Ministry of Culture. As such, it receives exceptional financial support from the State.
During the month of October 2020 on awarewomenartists.com you will find focuses 3 times a week on the artists of the exhibition She-Bam Pow POP Wizz! Les Amazones du Pop, thanks to the partnership with AWARE (Archives of Women Artists, Research and Exhibitions).
Exhibition curator:
Hélène Guenin, director of MAMAC & Géraldine Gourbe, philosopher, art critic and curator
MAMAC – Nice (France) 03 October 2020 – 29 Août 2021
Le gallerie bresciane Galleria dell’Incisione e APALAZZOGALLERY rendono omaggio con due mostre parallele a Romana Loda, coraggiosa gallerista scomparsa nel 2010, che dagli anni Settanta ha svolto a Brescia un ruolo fondamentale nella valorizzazione dell’arte femminile.
“Le sue scelte curatoriali — scrive in catalogo Raffaella Perna — hanno contribuito a denunciare l’assenza delle donne nel contesto dell’arte italiana, e a porre in evidenza come tale emarginazione non fosse un dato naturale e immutabile, ma, viceversa, fosse legata a precise condizioni storiche, sociali e culturali”.
Prendendo spunto da “Coazione a mostrare”, prima mostra di sole donne organizzata da Romana Loda nel 1974, la Galleria presenta una scelta di lavori storici di:
Una selezione di artiste “che hanno esposto nelle numerose mostre curate da Loda, in spazi pubblici e privati o nella sua galleria, e che con lei hanno condiviso progetti artistici e spesso esperienze di vita. Ma che soprattutto, come lei, hanno avvertito l’urgenza di impegnarsi fino in fondo nel mondo dell’arte, in un momento storico in cui in Italia essere donna e artista, come confida Ketty La Rocca a Lucy Lippard nel 1975, era ancora «di una difficoltà incredibile»”.
Le mostre sono accompagnate da un catalogo con testo di Raffaella Perna.
Una storia sugli onorevoli faccendieri concertisti delle banche, meglio forse sui burattini dei governi nella Commissione Europea, oppure sui tanti debitori che aspettano un tesoro da riportare in superficie dalle profondità recondite dei mari del Sud? Sarebbe auspicabile e più interessante aggirarsi in Tanzania fra le furbe scimmie rosse che hanno inventato una strategia per aprire i cassonetti nella periferia della città? O, in mancanza di meglio, scorrere freneticamente, ma che dico, navigare ancor più freneticamente che mai su internet ? Chi sceglie con me di camminare in un sentierino su per le colline di Alba in cerca di funghi e tartufi? Sono gli ultimi giorni di Pompei ed Ercolano: per sentieri obsoleti, bruciati, asfaltati, illuminati da palle iridescenti, incontri l’onorevole con il trapianto e la settantenne labbrosa, la famigliola multietnica e il palestrato sconvolto dalla palestra chiusa per ferie che sobbalza a ogni improbabile fruscio e, se vuoi rabbrividire, il kamikaze in riposo settimanale ma, chissà perché, largo e grosso di circonferenza vita. Melpòmene è dietro l’angolo ma nei sentieri non c’è mai l’angolo: si trova orrendo e tragico nella città ché mai puoi sapere cosa t’ aspetta. Di notte vedi un bagliore: il piromane svelto scappa sullo scooter e dal cassonetto puzzolente escono le fiamme che si propagano in un lampo alle auto in sosta forzata una accanto all’altra e cominciano le esplosioni; la gente urlante dalle finestre, il fumo, non vedi più nulla. Non mettendo in conto i massacri mediatici ci aspettiamo un futuro da incubo oppure del tutto umoristico cambiando il dramma in commedia anzi in una pièce ancora più leggera e leggiadra. E il tempo passa sveltissimo, te ne accorgi guardando un film con un giovane attore e più tardi, dopo una mezz’ora, un altro film con lo stesso attore ma ormai vecchio realmente, non con il trucco! Repentino, subitaneo, istantaneo. In Tasmania le foche sono perseguitate e mangiate dagli squali bianchi; le scimmie non sono rosse e neanche furbe. Gli attori sono giovani e vecchi allo stesso tempo. Europa, Asia, America, Oceania, quanti nomi propri e impropri, simili e diversi, straordinari e buffissimi evocanti paesaggi di sogno e orrendi abissi di morte o paradisi terrestri. Degli extraterrestri ne parlerò in seguito.
L’altopiano di Giza con le piramidi consunte dal turismo più caciarolo, fa bella foggia di sé da ormai moltissimi anni. Manipolando alcune panoramiche e alcune notizie si giunge alla tomba di Osiride piuttosto in fretta e ci meravigliamo che sia immersa completamente nell’acqua come nella placenta materna, cosicché ci viene in mente la vita e la morte, un circolo oltretomba e oltremodo vizioso come l’ouroboros! Cheope, Chefren, Micerino e la Sfinge: andiamo in un paese e ci innamoriamo delle impressioni oculari, senza approfondire granché ma apprendendo soltanto i racconti degli operatori turistici e in sostanza neanche quelli. Elaboriamo le tantissime fotografie scattate fra un turista americano e uno tedesco, fra il torero in vacanza e il boss in cerca di avventure, fra la signora in bianco e la puttana decorata dall’oro guadagnato, fra il prete copto e l’imam strascicati nei pullman a prezzo turistico. In America il guanaco delle Ande meridionali sputa tranquillo sopra qualsiasi cineasta ma le riprese sono sempre pulite da tracce di saliva; non così si salvano le altre riprese: la confusione è assicurata. Si mischiano le carissime bistecche di balena del Giappone con le foche della Lapponia, il Circolo Polare artico con l’Equatore, la Sirenetta di Amsterdam con il Colosseo, il cane cinese scuoiato con l’osso buco milanese, il primo ministro inglese con il mafioso della Sicilia, la crociera nel mare delle Baleari con le corse in slitta del Canada: la presenza del caos è tangibile anche perché le datazioni si accavallano nei giorni, nei mesi e negli anni. Archiviare tutte le informazioni, incasellarle con ordine, le dia con le digitali, i fotomontaggi con le panoramiche tridimensionali, i dvd, i cvc, i gvg, bvb, CD, i floppy, ecc., ecc., che bellissimo pasticcio! Ci mancano i profeti di sventura che giurano sull’ora, sul giorno, sul mese e sull’anno della fine del mondo convinti dal loro piccolo cervello nutrito da una miriade di libri di pessima tiratura che fanno brutta mostra nei loro scaffali di merdoteche. Non ci dimentichiamo i computer con programmi adatti ai romanzieri con cinquantamila frasi fatte pronte all’uso.
I denti tricuspidali degli squali toro facevano la loro bella dimostrazione di efficienza ai sub timorosi scesi nelle acque delle isole Malpelo di origine vulcanica a ovest del Messico e della Nuova Caledonia; il Triangolo d’Oro: dimostravano di poterli fare a pezzetti e ingoiarli dopo venti bocconi, ingoiarli fino all’ultimo lembo di pelle. Gli squali erano a branchi, con loro anche gli squali martello dagli occhi ai lati dello stupefacente volto, proprio sul batticaglio per battere, appunto! Facevano bella mostra della loro originalità ancora avvolta nel mistero: l’uomo si domanda da millenni del perché di tale anomalia come se ignorasse la propria. L’animale impazzito che non si fa una ragione delle stravaganze biologiche degli altri. Uno dei sub era reduce di una brutta avventura in Australia: attaccato, in pieno deserto, dal serpente più velenoso fra le nove specie presenti, il Taypan, nel mentre cercava, con un amico erpetologo, il mitico serpente arcobaleno, aveva riportato un morso proprio sul polpaccio. L’amico gli aveva tagliato la parte cercando di far defluire tutto il veleno ma il povero sub cominciava a paralizzarsi dal collo all’inguine e se non fosse arrivato l’elicottero di soccorso sarebbe prestamente spirato: la cosa più terribile per lui fu di aver rischiato di morire sulla sabbia bruciante di un deserto invece che nelle limpide acque di un qualsiasi mare. I denti degli squali anche se tricuspidali non erano da paragonare a quelli del serpente, quindi si fece coraggio e affrontò tranquillamente sia i toro che i martello e il suo ultimo brandello di carne fu digerito nel limpido Triangolo d’Oro. Lo pianse soltanto l’amico Steve che nella città di Adelaide seppe della disgrazia e insieme ai suoi koala e ai suoi amati canguri in riva al mare, rivolse a lui i suoi pianti e le sue condoglianze, poi tornò nel deserto a caccia di serpenti arcobaleno.
Mi venne in mente tempo fa, in una notte buia e tempestosa, di cominciare a scrivere linearmente non curandomi della poetica che ho perseguito per una vita! Il trabocchetto era in agguato: in direzioni diverse mi portava dalla sperimentazione all’angoscia esistenziale. “Meglio un poeta oggi che una gallina domani, meglio una poesia oggi che un uovo domani, poesia a primo sguardo, una nuova razza audace, ma il futuro è in gioco, i più cari saluti…” Bene, benissimo tornare a slogannare, una boccata d’aria fresca o d’acqua fresca è oltremodo salutare, il linguaggio tecnologico, gli inserimenti varii e poi, via via discorrendo e via dicendo. Torno svelta all’agguato di cui prima: volendo scrivere di cose, avvenimenti, fatti, misfatti, accadimenti che si sono avvicendati nella mia vita (quella prenatale, quella natale, quella banale, quella delle cose piccole, quella che si svolge fra un’opera d’arte e l’altra…) ho dovuto scendere al compromesso, proprio scendere e di moltissimi gradini. Perché è avvenuto questo? Ecco l’interrogativo che odio. In effetti sarebbe stato molto arduo descrivere ironicamente e in maniera distaccata ciò che purtroppo non sento in tal modo anzi, lo sento in tragedia… o scena oscena! Sarebbe stato meglio stendere un pietoso velo su ciò? Altro interrogativo fastidioso. Eppure la tragedia fa parte dei lati di un qualsiasi carattere e il mio non sfugge a questa, infatti tocca spesso sia le vette sia gli abissi, ossia allegrie, euforie e comicità ma anche umor nero, melanconia e lacrime amare. I dubbi si susseguono ma non ci casco a lungo; a un certo punto mi do dei limiti, agisco cocciuta e consapevole di sbagliare: lo sbaglio talvolta mi esalta, spezza la monotonia, mi fa sentire da schiaffeggiare, una specie di autoironia, di abbassamento delle difese.
To speak? To write? Parlare, parlare, scrivere, scrivere, qualcuno ha affermato che la scrittura è una ossessione, è un’attività diabolica, che si scrive, si scrive scrivendo e scrivendo si perde la cognizione del tempo e del pudore. Un’operazione masturbatoria che non dà tregua, non si attutisce anzi diventa sempre più frenetica e fagocitatrice, un serpente che si morde la coda: ouroboros.
Magari potrebbe divenire, oltre che un’attività così ossessiva, una mediazione per comunicare subitamente attraverso le e-mail ma allora sarebbe pericolosa, portatrice di virus eppoi a chi mandarla? A chi inviare lo scritto? Estremamente intellettuale, chi lo leggerebbe? I mass media sono ben veicolati per televisione e molto suggestivi (nel vero termine del verbo suggestionare), arrivano a milioni e milioni di spettatori – videoidioti – ma pur sempre impregnabili.
Ai migliori, quelli per intenderci un po’ più acculturati, (sic! ho sentito dire a un deputato distenderele anime! a una attrice ho molta zucca in testa!)anche se bombardati dalle comunicazioni, sopravviene – consapevolmente o no – una specie di sordità mediatica; è un modo per vivere con una parvenza di libertà di scelta, con un arbitrio talvolta strenuamente difeso o almeno gelosamente trattenuto in qualche recesso della mente. Gli altri sono innocenti cavie senza nessuna possibilità di scampo. Le opere tecnologiche, le poesie visive – nelle intenzioni del Gruppo ’70 – dovevano provare a scuotere l’abulia che affligge i più (volevamo inondare gli stadi di volantini, striscioni e recitare poesie dagli altoparlanti, ma tutto questo restò solo teoria), i pochi hanno avuto qualche reazione e allora ecco che mi viene voglia di fare la passeggiata lineare, provare l’avventura dei sentimenti nudi e abbandonare per un po’ le barriere poetiche. Percorrere i sentieri remoti di vita passata, rimossa e anche dimenticata; vedere le cose con un cannocchiale e così avvicinarsele repentinamente, estrapolarle e rifletterci aggiornandole, magari provando a narrarle con il linguaggio tecnologico-visivo. Devo però distaccarmi ragionevolmente dalle vicende più emotive altrimenti le frasi assumono uno stile troppo tradizionale; mi è oltremodo faticoso fare digressioni caustiche, ironiche e dissacratorie. Ho uno stile a saltelli, particolarmente visuale, le immagini mi affiorano tumultuose alla mente e mediamente cerco di scriverle più presto che posso. Scrivere per immagini si è rivelata un’occupazione ardua e trasgressiva, non adatta alla narrazione, ma, d’altra parte non volendo indulgere troppo nella linearità, finirei per oltrepassare la comprensibilità e aggroviglierei inevitabilmente il malloppo.
Non sfuggo all’eccitazione del documento vuoto, del vecchiofoglio bianco, pronto lì da riempire, in modo incredibilmente facilitato dalla buona tecnologia computeristica (si può essere nemici del progresso, verdi, gialli, itterici e isterici, apocalittici o integrati alla Eco ma bisogna riconoscere la grande macchina tecnologica e scientifica… questo cervello in cui si può mettere di tutto, ci può dare tanto e quindi aiutare tantissimo), così mi viene voglia di iniziare a narrare, argomentare in qua e in là scegliendo via via la teoria, la novella, il sogno, la poetica, la praxis, il calembour, il nonsense: le possibilità sono infinite, manca solo il tempo… il futuro sempre più breve, incombe. Perciò l’urgenza di testimoniare fatti, misfatti e sogni, aspettative (ancora!), speranze e raggiungimenti di una vita operativa non conclusa. Il genere narrazione mi prospetta molte difficoltà non avendo né uno stile né una mente lineare e come ho detto sopra, proseguo di palo in frasca come un saltafosso.
Lucia Marcucci (1970)
La struttura a punti fu da me teorizzata nel ’67 in uno scritto riguardante la cinepoesia, rifacendomi all’antropologa Margaret Mead che, in un periodo precedente, aveva studiato il linguaggio di alcuni popoli tribali, il loro modo di comunicazione e i loro rituali. Paradossalmente il mio tipo di comunicazione ha molti lati simili a quelli presi in esame dalla studiosa di cui sopra! Può darsi che ciò sia da attribuire alla fortissima balbuzie che mi affliggeva (continua ancora ma più leggera): ero impedita di fatto ad affrontare un discorso conseguenzialmente corretto. Alcuni scrittori sono narratori esemplari, conoscono perfettamente la consecutio temporum, forse l’hanno nel DNA… eppoi sono soccorsi da una memoria d’elefante; tutto ciò è lontano da me: libera, libera, libera. Sì, così mi reputo; verificare un panorama della mia produzione artistica può far avvallare, a un attento critico, queste caratteristiche.
Per dannazione ricorrente la mia attività poetica è visiva, cosicché devo combattere giornalmente con ricordi a tinte forti che devo decantare in un filtro abbastanza spesso per agevolare la descrizione fluida e comprensibile. C’è poi il problema delle rimanenze: dove le metto? Non posso lasciare le scorie nel telo di finissimo lino, devo in qualche modo utilizzarle versandole nel calderone delle mie storie inventando, ogni giorno, nuove trame anche al rischio di barcollare in varie direzioni. Queste sono le buone intenzioni per una futuribile scrittura narrativa.
Essendo prossima alla fine perché i tempi si riducono inesorabili, mi riprometto spesso di cominciare un lunghissimo romanzo, il più lungo possibile, ironicamente interminabile, necessario di infiniti studi e capitoli approfonditi su cose e persone, un’opera aperta costantemente in fieri. L’umorismo e l’ironia sono modi per sdrammatizzare ciò che ci è difficile affrontare serenamente; qual è il tipo di personalità che ben si adatta all’inesorabile? C’è una miriade di filosofi, beati, santi, matematici, letterati, psicologi, papi, antipapi, illuminati, che hanno affrontato il problema armoniosamente… in apparenza! Ma sarà poi vero? Nessuno è venuto, dopo, a raccontarcelo. L’artista è fra tutti il meno prevedibile, il più contraddittorio e forse il più lunatico, cosicché come andrà a finire? L’interminabile potrà essere iniziato in tempi ragionevoli fra qualche giorno, mese, anno, uno, due al massimo ma poi, quasi certamente, resterà tronco magari sul più bello. Quale sarà la trama: come un serpentone, a volo d’aquila, dallo sguardo basso e rasente terra della rana, rimbombante a mo’ di campo di battaglia, tragica e farfallona o melensa e noiosa? Ci saranno colpi di scena, delitti, orrori, misteri e incanti? Ogni giorno accadrà l’imprevisto. Ogni giorno il giro del mondo attraverso internet e, in mancanza, attraverso i vari scemeggiati e gli osceneggiati. Le alchimie coloreranno di comicità qualche cosuccia, la bacchetta magica servirà a muovere l’aure e alzare un po’ di venticello ma non certo il vento tempestoso che alzano alcuni libri di stupidaggini per bambini mal cresciuti.
Il racconto o meglio l’excursus anageografico nei mass media potrà essere un collage di notizie manipolato, stravolto e reso con altro codice all’attenzione dei lettori, come del resto fanno spessissimo i reporters: assemblano fotografie di paesaggi e cataclismi i più vari con vedute spaziali, rovine per attentato e gruppi di bambini affamati dalla FAO, leoni marini e balene arenate con i pinguini di contorno e qualche foca sbranata dall’orso bianco, i cuccioli scuoiati dai cacciatori di pellicce, le navi rompighiaccio piene di pesciacci già surgelati. Attraverso il maledetto schermo televisivo, veicolante una caterva di ridicole commedie e drammi quotidiani, che imboniscono i videoidioti ventiquattr’ore su ventiquattro. Da ciò il racconto prende l’avvio e il marasma comincia.
Si può aggiungere e togliere qualsiasi notizia, vera o fittizia, ripetere fotogrammi, riprese obsolete e perciò dimenticate dai più che, avendo poca memoria visiva, le prendono per nuove di zecca e invece sono inerenti a tutt’altro servizio e/o prese pari pari da film vecchi o recenti: chi se ne accorge? Neanche uno su mille, neanche uno su un milione! Affascina questa peculiarità dei media, la televisione e anche internet sono oramai i nostri dei, sono il nostro verbo. L’artificio è arte ma la sua diffusione distorta induce la massa a seguirne le direttive senza critica soggettiva/oggettiva, senza riflettere, come un gregge di pecore pronte a smarrirsi. Sarebbe auspicabile lo smarrimento per sentieri alternativi, purtroppo è solo uno smarrimento dell’essere e del cervello indotto politicamente da destra o da sinistra. In molti versano il vuoto nel nulla! Vero è, come diceva Platone, “tutto è memoria” cioè niente si crea dal niente, qualsiasi avvenimento è già stato, o almeno si ripete nel tempo similmente, anche le immagini si succedono simili all’infinito spostate di contesto, riassemblarle è un gioco da ragazzi ora che il tutto può essere filmato, archiviato. Il giuoco degli specchi, il rimandare l’immagine l’una nell’altra e così gli accadimenti, l’uno nell’altro.
Le tante opere di poesia visiva, anche le prime che chiamavo collage o scarabocchipoetici mi portano a rivedere il mio iter fatto di prove ed errori, di entusiasmi e cadute libere, di buoni risultati e di alcuni meno buoni… Ho percorso più di metà della vita credendo nell’arte ma mettendomi dei limiti altrimenti l’autocritica mi avrebbe fermato subito e il pessimismo avrebbe fatto il resto! Tuttora credo in questa irrazionalità ragionata che è la creazione dell’opera, posso dire che ancora mi emoziona e mi esalta. Il mio umor nero si è solidificato e trasmutato alchemicamente nei miei collage, in tutte le mie ideazioni, in tutti i miei scritti. La melancholia dureriana, il ripensamento triste sul perché dell’esistenza, non mi ha mai abbandonato; ha forse condizionato favorevolmente o sfavorevolmente il mio labor.
Firenze, maggio 2006
pubblicato su LA POESIA IN IMMAGINE / L’IMMAGINE IN POESIA “Gruppo 70. Firenze 1963-2013” (a cura di Teresa Spignoli, Marco Corsi, Federico Fastelli e Maria Carla Papini) – Campanotto Editore, 2014