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Mi venne in mente tempo fa, in una notte buia e tempestosa, di cominciare a scrivere linearmente non curandomi della poetica che ho perseguito per una vita! Il trabocchetto era in agguato: in direzioni diverse mi portava dalla sperimentazione all’angoscia esistenziale. “Meglio un poeta oggi che una gallina domani, meglio una poesia oggi che un uovo domani, poesia a primo sguardo, una nuova razza audace, ma il futuro è in gioco, i più cari saluti…” Bene, benissimo tornare a slogannare, una boccata d’aria fresca o d’acqua fresca è oltremodo salutare, il linguaggio tecnologico, gli inserimenti varii e poi, via via discorrendo e via dicendo. Torno svelta all’agguato di cui prima: volendo scrivere di cose, avvenimenti, fatti, misfatti, accadimenti che si sono avvicendati nella mia vita (quella prenatale, quella natale, quella banale, quella delle cose piccole, quella che si svolge fra un’opera d’arte e l’altra…) ho dovuto scendere al compromesso, proprio scendere e di moltissimi gradini. Perché è avvenuto questo? Ecco l’interrogativo che odio. In effetti sarebbe stato molto arduo descrivere ironicamente e in maniera distaccata ciò che purtroppo non sento in tal modo anzi, lo sento in tragedia… o scena oscena! Sarebbe stato meglio stendere un pietoso velo su ciò? Altro interrogativo fastidioso. Eppure la tragedia fa parte dei lati di un qualsiasi carattere e il mio non sfugge a questa, infatti tocca spesso sia le vette sia gli abissi, ossia allegrie, euforie e comicità ma anche umor nero, melanconia e lacrime amare. I dubbi si susseguono ma non ci casco a lungo; a un certo punto mi do dei limiti, agisco cocciuta e consapevole di sbagliare: lo sbaglio talvolta mi esalta, spezza la monotonia, mi fa sentire da schiaffeggiare, una specie di autoironia, di abbassamento delle difese.

To speak? To write? Parlare, parlare, scrivere, scrivere, qualcuno ha affermato che la scrittura è una ossessione, è un’attività diabolica, che si scrive, si scrive scrivendo e scrivendo si perde la cognizione del tempo e del pudore. Un’operazione masturbatoria che non dà tregua, non si attutisce anzi diventa sempre più frenetica e fagocitatrice, un serpente che si morde la coda: ouroboros.

Magari potrebbe divenire, oltre che un’attività così ossessiva, una mediazione per comunicare subitamente attraverso le e-mail ma allora sarebbe pericolosa, portatrice di virus eppoi a chi mandarla? A chi inviare lo scritto? Estremamente intellettuale, chi lo leggerebbe? I mass media sono ben veicolati per televisione e molto suggestivi (nel vero termine del verbo suggestionare), arrivano a milioni e milioni di spettatori – videoidioti – ma pur sempre impregnabili.

Ai migliori, quelli per intenderci un po’ più acculturati, (sic! ho sentito dire a un deputato distendere le anime! a una attrice ho molta zucca in testa!) anche se bombardati dalle comunicazioni, sopravviene – consapevolmente o no – una specie di sordità mediatica; è un modo per vivere con una parvenza di libertà di scelta, con un arbitrio talvolta strenuamente difeso o almeno gelosamente trattenuto in qualche recesso della mente. Gli altri sono innocenti cavie senza nessuna possibilità di scampo. Le opere tecnologiche, le poesie visive – nelle intenzioni del Gruppo ’70 – dovevano provare a scuotere l’abulia che affligge i più (volevamo inondare gli stadi di volantini, striscioni e recitare poesie dagli altoparlanti, ma tutto questo restò solo teoria), i pochi hanno avuto qualche reazione e allora ecco che mi viene voglia di fare la passeggiata lineare, provare l’avventura dei sentimenti nudi e abbandonare per un po’ le barriere poetiche. Percorrere i sentieri remoti di vita passata, rimossa e anche dimenticata; vedere le cose con un cannocchiale e così avvicinarsele repentinamente, estrapolarle e rifletterci aggiornandole, magari provando a narrarle con il linguaggio tecnologico-visivo. Devo però distaccarmi ragionevolmente dalle vicende più emotive altrimenti le frasi assumono uno stile troppo tradizionale; mi è oltremodo faticoso fare digressioni caustiche, ironiche e dissacratorie. Ho uno stile a saltelli, particolarmente visuale, le immagini mi affiorano tumultuose alla mente e mediamente cerco di scriverle più presto che posso. Scrivere per immagini si è rivelata un’occupazione ardua e trasgressiva, non adatta alla narrazione, ma, d’altra parte non volendo indulgere troppo nella linearità, finirei per oltrepassare la comprensibilità e aggroviglierei inevitabilmente il malloppo.

Non sfuggo all’eccitazione del documento vuoto, del vecchio foglio bianco, pronto lì da riempire, in modo incredibilmente facilitato dalla buona tecnologia computeristica (si può essere nemici del progresso, verdi, gialli, itterici e isterici, apocalittici o integrati alla Eco ma bisogna riconoscere la grande macchina tecnologica e scientifica… questo cervello in cui si può mettere di tutto, ci può dare tanto e quindi aiutare tantissimo), così mi viene voglia di iniziare a narrare, argomentare in qua e in là scegliendo via via la teoria, la novella, il sogno, la poetica, la praxis, il calembour, il nonsense: le possibilità sono infinite, manca solo il tempo… il futuro sempre più breve, incombe. Perciò l’urgenza di testimoniare fatti, misfatti e sogni, aspettative (ancora!), speranze e raggiungimenti di una vita operativa non conclusa. Il genere narrazione mi prospetta molte difficoltà non avendo né uno stile né una mente lineare e come ho detto sopra, proseguo di palo in frasca come un saltafosso.

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La struttura a punti fu da me teorizzata nel ’67 in uno scritto riguardante la cinepoesia, rifacendomi all’antropologa Margaret Mead che, in un periodo precedente, aveva studiato il linguaggio di alcuni popoli tribali, il loro modo di comunicazione e i loro rituali. Paradossalmente il mio tipo di comunicazione ha molti lati simili a quelli presi in esame dalla studiosa di cui sopra! Può darsi che ciò sia da attribuire alla fortissima balbuzie che mi affliggeva (continua ancora ma più leggera): ero impedita di fatto ad affrontare un discorso conseguenzialmente corretto. Alcuni scrittori sono narratori esemplari, conoscono perfettamente la consecutio temporum, forse l’hanno nel DNA… eppoi sono soccorsi da una memoria d’elefante; tutto ciò è lontano da me: libera, libera, libera. Sì, così mi reputo; verificare un panorama della mia produzione artistica può far avvallare, a un attento critico, queste caratteristiche.

Per dannazione ricorrente la mia attività poetica è visiva, cosicché devo combattere giornalmente con ricordi a tinte forti che devo decantare in un filtro abbastanza spesso per agevolare la descrizione fluida e comprensibile. C’è poi il problema delle rimanenze: dove le metto? Non posso lasciare le scorie nel telo di finissimo lino, devo in qualche modo utilizzarle versandole nel calderone delle mie storie inventando, ogni giorno, nuove trame anche al rischio di barcollare in varie direzioni. Queste sono le buone intenzioni per una futuribile scrittura narrativa.

Essendo prossima alla fine perché i tempi si riducono inesorabili, mi riprometto spesso di cominciare un lunghissimo romanzo, il più lungo possibile, ironicamente interminabile, necessario di infiniti studi e capitoli approfonditi su cose e persone, un’opera aperta costantemente in fieri. L’umorismo e l’ironia sono modi per sdrammatizzare ciò che ci è difficile affrontare serenamente; qual è il tipo di personalità che ben si adatta all’inesorabile? C’è una miriade di filosofi, beati, santi, matematici, letterati, psicologi, papi, antipapi, illuminati, che hanno affrontato il problema armoniosamente… in apparenza! Ma sarà poi vero? Nessuno è venuto, dopo, a raccontarcelo. L’artista è fra tutti il meno prevedibile, il più contraddittorio e forse il più lunatico, cosicché come andrà a finire? L’interminabile potrà essere iniziato in tempi ragionevoli fra qualche giorno, mese, anno, uno, due al massimo ma poi, quasi certamente, resterà tronco magari sul più bello. Quale sarà la trama: come un serpentone, a volo d’aquila, dallo sguardo basso e rasente terra della rana, rimbombante a mo’ di campo di battaglia, tragica e farfallona o melensa e noiosa? Ci saranno colpi di scena, delitti, orrori, misteri e incanti? Ogni giorno accadrà l’imprevisto. Ogni giorno il giro del mondo attraverso internet e, in mancanza, attraverso i vari scemeggiati e gli osceneggiati. Le alchimie coloreranno di comicità qualche cosuccia, la bacchetta magica servirà a muovere l’aure e alzare un po’ di venticello ma non certo il vento tempestoso che alzano alcuni libri di stupidaggini per bambini mal cresciuti.

Il racconto o meglio l’excursus anageografico nei mass media potrà essere un collage di notizie manipolato, stravolto e reso con altro codice all’attenzione dei lettori, come del resto fanno spessissimo i reporters: assemblano fotografie di paesaggi e cataclismi i più vari con vedute spaziali, rovine per attentato e gruppi di bambini affamati dalla FAO, leoni marini e balene arenate con i pinguini di contorno e qualche foca sbranata dall’orso bianco, i cuccioli scuoiati dai cacciatori di pellicce, le navi rompighiaccio piene di pesciacci già surgelati. Attraverso il maledetto schermo televisivo, veicolante una caterva di ridicole commedie e drammi quotidiani, che imboniscono i videoidioti ventiquattr’ore su ventiquattro. Da ciò il racconto prende l’avvio e il marasma comincia.

Si può aggiungere e togliere qualsiasi notizia, vera o fittizia, ripetere fotogrammi, riprese obsolete e perciò dimenticate dai più che, avendo poca memoria visiva, le prendono per nuove di zecca e invece sono inerenti a tutt’altro servizio e/o prese pari pari da film vecchi o recenti: chi se ne accorge? Neanche uno su mille, neanche uno su un milione! Affascina questa peculiarità dei media, la televisione e anche internet sono oramai i nostri dei, sono il nostro verbo. L’artificio è arte ma la sua diffusione distorta induce la massa a seguirne le direttive senza critica soggettiva/oggettiva, senza riflettere, come un gregge di pecore pronte a smarrirsi. Sarebbe auspicabile lo smarrimento per sentieri alternativi, purtroppo è solo uno smarrimento dell’essere e del cervello indotto politicamente da destra o da sinistra. In molti versano il vuoto nel nulla! Vero è, come diceva Platone, “tutto è memoria” cioè niente si crea dal niente, qualsiasi avvenimento è già stato, o almeno si ripete nel tempo similmente, anche le immagini si succedono simili all’infinito spostate di contesto, riassemblarle è un gioco da ragazzi ora che il tutto può essere filmato, archiviato. Il giuoco degli specchi, il rimandare l’immagine l’una nell’altra e così gli accadimenti, l’uno nell’altro.

Le tante opere di poesia visiva, anche le prime che chiamavo collage o scarabocchi poetici mi portano a rivedere il mio iter fatto di prove ed errori, di entusiasmi e cadute libere, di buoni risultati e di alcuni meno buoni… Ho percorso più di metà della vita credendo nell’arte ma mettendomi dei limiti altrimenti l’autocritica mi avrebbe fermato subito e il pessimismo avrebbe fatto il resto! Tuttora credo in questa irrazionalità ragionata che è la creazione dell’opera, posso dire che ancora mi emoziona e mi esalta. Il mio umor nero si è solidificato e trasmutato alchemicamente nei miei collage, in tutte le mie ideazioni, in tutti i miei scritti. La melancholia dureriana, il ripensamento triste sul perché dell’esistenza, non mi ha mai abbandonato; ha forse condizionato favorevolmente o sfavorevolmente il mio labor.

Firenze, maggio 2006

pubblicato su LA POESIA IN IMMAGINE / L’IMMAGINE IN POESIA “Gruppo 70. Firenze 1963-2013” (a cura di Teresa Spignoli, Marco Corsi, Federico Fastelli e Maria Carla Papini) – Campanotto Editore, 2014

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