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LUCIA MARCUCCI

LUCIA MARCUCCI

Archivi tag: Scrittura

IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 3

10 venerdì Apr 2020

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

C’era una volta un re e una regina e i sudditi soffrivano le pene dell’inferno perché essi erano crudeli e si divertivano a torturarli con le tasse e altri balzelli. Inondavano i computer con milioni di virus e i poveri sudditi stavano ore e ore ogni giorno a cancellare quei microbi infernali: peggio del carbonchio, della peste petecchiale e del colera. Inoltre il tifo faceva strage di diecine di vassalli benestanti che per censo e per abitudine venivano cremati e le loro ceneri, sparse per le colline verdeggianti, concimavano benissimo il terreno per nuove coltivazioni di mais, di soia e di carciofi. Si giravano film sui pinguini innamorati e ne si imponeva la visione per giorni interi da tutti gli schermi che si trovavano sia nelle case sia, enormi e giganteschi, per tutte le strade e le piazze del piccolo regno lacchèstano. Non c’era traccia di spot pubblicitari, nessuno sapeva mai cosa comprare: qual era il prodotto migliore? Ciò metteva in grandissima angoscia il povero popolo che doveva pensare individualmente alla scelta: era il dramma giornaliero. Non soltanto: erano proibiti anche i sogni perché a ogni risveglio i poveretti erano costretti immediatamente a scriverli e inviarli per e-mail solo se avevano sognato in bianco e nero altrimenti venivano decapitati e la loro testa appesa all’arco della porta a esempio per tutti. Vicino alla porta c’era un letto di legno dove ogni sera dovevano accoppiarsi in bella vista e il re o la regina passavano a cavallo sopra una Cadillac e si divertivano a frustare le terga delle coppie nelle varianti delle posizioni studiate dal Kāma Sūtra e perfettamente eseguite. Questo era il compito più difficile sia perché era giornaliero, sia perché le frustate venivano a riaprire le ferite neanche un po’ rimarginate. Nonostante tutte queste angherie mancavano di spirito di ribellione; anzi sembravano quasi felici del loro stato, paghi della sofferenza inflittagli, come fosse un sacrificio per un promesso paradiso futuribile. La ricompensa non era assolutamente adeguata ai patimenti, ma si sa che la fede è irrazionale e inestinguibile, perciò ogni male voluto non è mai troppo.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 2

03 venerdì Apr 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Che meraviglia i suoni, i colori e i nomi dei paesi orientali: Samarcanda e Bukhara, Tashkent, il Kazakhstan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kyrgyzstan… il percorso di Gengis Khan in su e in giù per la steppa a cavallo con gli sciamani e i vocalizzi Tuva. Che ne possiamo fare del fascino francese, Parigi, i castelli della Loira… no è troppo a portata di mano, troppo scontato. Allora vanno bene i sobborghi di Londra, i quartieri del Middle Sex no, anche questi obsoleti percorsi dei turisti con il solito cent al piede. L’America dal nord al sud passando per le Ande e andando un po’ a zig zag, consumando il consumismo anche fra le baracche del Brasile e dell’Argentina. La ex Germania nazista, i campi di concentramento, i forni crematori: anche questi troppo sfruttati, fotografati, rivoltati, storici, antichi, invecchiati. I paesi un po’ pericolosi a rischio di bombe e kamikaze a nolo come il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina, Israele. Più tranquilli i sentierini mai percorsi, tutti verdi, ecologici, intricati di rovi, neanche segnalati dalle comunità montane, con serpentelli innocui o velenosi, ragni, qualche fiera sopravvissuta e orbettini che nessuno sa cosa siano (sauri con le zampette atrofizzate). Il giro del mondo per sentierini e canoe. Ci vuole una vita per farlo e forse non basta: con due reincarnazioni ce la dovremmo fare. Tutti i sentieri del mondo scansando le città, i monumenti, le tracce di civiltà. Utopia utopia, solo utopia. Forse anche noia, la cultura non interessa più. Meglio le drammaticità umane, le contraddizioni, gli scempi, i monumenti innalzati e rovesciati, oggi su domani giù, l’inquinamento, il cemento, lo sventramento delle civiltà… i disastri aerei, il terrorismo, le aggressioni, gli estremismi religiosi, gli scontri etnici, le rivalità fra ricchi e fra poveri, le stragi delle balene e delle foche. E non c’è che l’imbarazzo della scelta. Si può trovare un dio ovunque.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 1

29 domenica Mar 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa. L’inizio dell’interminabile è questo, un tantino, solo un tantino spiazzante. Seguiranno itinerari fantastici e no presi direttamente dalle carte geografiche, corredati da incontri e situazioni reali e irreali, tanto chi può andare a controllare? Avvalendosi di cronache e di accadimenti tratti dai soliti giornali, notizie internet, televisive e via dicendo, mescolando e ingarbugliando sempre più i fatti e le informazioni faremo insieme il giro del mondo e il controgiro addolcendo la lettura per chi vuole nomi esotici e sconosciuti, tundre e altopiani, canyon, steppe e sorprese folkloristiche magari corredando il tutto con fotografie manipolate di spaesati indigeni: si può fare di tutto e di più per la gioia dei fruitori. Sulla strada, sull’aereo, per nave, sul cammello, sulla slitta, in treno, a cavallo, sui lama; per precipizi e forre, nevi e ghiacciai, mari in tempesta, triangolo o quadrilatero delle Bermude, fossa delle Filippine, la muraglia cinese, le spiagge alla moda con turisti un cent di dollaro al piede.

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Il guerriero androgino. La donna, l’opera, la poesia visiva. – parte III

11 mercoledì Dic 2019

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Nell’attività umana il fare appartiene all’elemento maschile della personalità, mentre l’essere è puro elemento femminile e quindi ogni opera è sintesi di fare e essere, riunificazione degli opposti attributi, fuoco bianco e fuoco nero, luce bianca e luce nera, una totalità l’opera d’arte. Nell’ispirazione, che sembra all’artista provenire dall’esterno, come una penetrazione o/e possessione, si riconosce l’elemento attivo, maschile, che feconda la parte femminile, la psiche dell’artista stesso così che si generi il figlio, l’opus, la “creatura alchemica”. Il processo creativo come processo erotico intrapsichico, l’eccitazione che si accompagna al pensiero produttivo come eccitazione di natura libidica: infatti da molte autobiografie di artisti e poeti, sappiamo che gli stati creativi sono contraddistinti spesso da un particolare stato d’animo quasi orgiastico. Si può definire questo processo creativo come “orgasmo dell’io” che si ricollega ad un concetto di bisessualità fondamentale come “qualità dell’unità e dell’intero sé” come polarizzazione di essere e di fare che si riunificano e si fondono nel momento dell’atto creativo; il processo creativo ci rimanda quindi alla androginia rituale sciamanica, dove si tende a ricreare l’integrazione dei contrari, a restaurare simbolicamente il caos originario, con un recupero del magmatico Es.

Attuando una regressione anche violenta, l’artista-sciamano, preda della mania invasante di Dioniso – perché in esso non è il sogno ma l’ebrezza, è vita vissuta pienamente e non oggettivata – e tuttavia guidato e corretto da Apollo, dio della forma, «della forma plastica in arte, della forma razionale del pensiero» dice Brown⁸; l’artista allora sarà capace di non perdersi, nella possessione invasante delle menadi, ma la sua sarà una «regressione al servizio dell’io» un’immersione nel magma fecondo dell’inconscio, che gli consentirà di riemergere, Rebis, androgino ermetico, coagulantesi sotto il controllo di Apollo, organizzatore di ogni Logos.

Il mito platonico viene ripercorso nel progetto e nell’attuarsi di ogni opera d’arte o di ogni atto altro atto creativo, come regressione alle radici arcaiche, come recupero del lontano androgino primitivo: indifferenziazione iniziale generante successive identità. Infatti attraverso l’elaborazione di varie componenti si attua la riunificazione degli elementi maschili e femminili, vera sublimazione alchemica dell’«opus psichica», elementi non più rimossi ma conciliati in un nuovo androgino; l’opera si rivela essere sintesi di attivo e passivo, di maschile e femminile, di Apollo e Dioniso, di essere e di fare, sia essa quadro, scultura, architettura, musica, scrittura. L’opera come sintesi e mistero, hieros gamos iniziatico, pregna dei codici contestuali, generatrice di forme simboliche alle quali tutti sono chiamati a partecipare attraverso un processo di decriptazione, processo implicante il desiderio dello svelamento.

Già all’inizio degli anni sessanta tutti questi problemi agivano in me e nella mia opera: l’ansia e il malessere per trovare un rapporto con il contesto, vorticoso Kaos, in cui era il mio corpo femminile e la mia mente maschile, il bisogno della concretizzazione fra le tradizioni di memoria e la tecnologia e altro ancora. La poesia tecnologica, la poesia manifesto e finalmente la poesia visiva. La poesia visiva opera “impura”, opera ambigua, poesia e pittura, ma non questa né quella, opera intermedia, inter-mass-media, poesia uscita dal libro, pittura entrata nel libro, poesia da gridare negli stadi, pittura da guardare sui muri delle strade: fu la mia opera, la mia mania invasante, la mia riemersione. Il mio lavoro iniziò manipolando immagini e slogan tratti dai rotocalchi, creando nello stile dei manifesti murali dei contro-manifesti, scrivendo sulle pagine dei giornali esclamazioni prese a prestito dal linguaggio dei fumetti, cambiando di segno immagini femminili nella maniera più irritante agli occhi del fruitore abituato ad assumere la riproduzione della donna come consumo di bellezza, servendomi di immagini di opere classiche decontestualizzate con interventi di scrittura come revival di poesia impropria, contaminazione e compromesso di tutti i ricordi della cultura data e acquisita. Il messaggio fu formulato attraverso un nuovo codice, attraverso l’iterazione di elementi che hanno necessità di coesistere: la materia, l’immaginazione e la tecnica. Il collage fu la tecnica che mi permise soluzioni più varie, perfino con pellicole di vecchi film, con nastri incisi, fino ai nuovi segni del computer.

Nei miei intendimenti l’opera doveva essere un “volgare” il più vicino al mondo d’oggi, un “volgare” però carico, pregnante, politicizzato, guerrigliero, scomodo. L’opera riunificatrice degli opposti ma nello stesso tempo enorme carica esplosiva, accusatrice e giustiziera. L’opera come sintesi e mistero ma generatrice di forme simboliche che possano muovere, irritare, creare scompiglio. L’opera come infiltrazione in tutte le fenditure possibili, a coprire il più piccolo pertugio. Strategia e guerriglia a coprire il possibile scoperto. Attraverso l’opera ridefinirsi infine come facenti parte di una cultura dinamica, una cultura che taglia i ponti con le tradizioni, i ruoli imposti, una cultura che tragga dal passato ciò che le possa servire per muoversi e, se il passato è maschile e classico, umanistico, illuminista, romantico, funzionalista, costruttivista, etc., ebbene estrapoliamo ciò che serve e andiamo avanti, considerando questo “maschile rigido” come vecchio, indebolito, ripetitore del proprio riflesso, mestatore di riti e di miti che hanno già cominciato a non appartenergli più.

Affondare a piene mani nella cultura e cambiarla di segno, in quella cultura pagata a caro prezzo per lo stratagemma dell’eccezionalità, della decontestualizzazione sempre effettuata; trarre da quei codici un linguaggio di segno contrario, rivisitando tutti i luoghi del martirio, rivivendo positivamente il fuoco dei roghi.

Firenze, 1987

⁸ N.O. Brown, La vita contro la morte, Milano, Adelphi, 1985.

pubblicato su Donne e scrittura, (a cura di D. Corona), Palermo, La Luna, 1990

Donne e scrittura

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Il guerriero androgino. La donna, l’opera, la poesia visiva. – parte II

30 sabato Nov 2019

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

In una società che ha un’enorme potenza di produzione, diffusione mantenimento di modelli culturali nessun “gruppo” può permettersi il lusso di esimersi da una ridefinizione di sé e della propria situazione.

Dal gineceo greco alla donna ideale del Cantico dei Cantici, dalla Amazzonomachia alla Madonna, dalla clitoridectomia alla Grande Madre, dall’impurità mestruale alla Bernardomania… ma la dea Nyx depose l’uovo d’argento!

E dunque proviamo a ri-definire se non il gruppo, l’opera del gruppo, l’opera d’arte, l’atto creativo come momento di androginia: allora possiamo dire con Kandinsky che «la creazione di un’opera è una creazione del mondo»³, o meglio direi, una ri-creazione da parte dell’artista che esige una speculare ri-creazione da parte del fruitore. Ogni opera d’arte è una sintesi unificante di opposti: Eros e Thanatos, Apollo e Dioniso, maschile e femminile, attivo e passivo; il fruitore quindi deve diventare amatore;” perché il rapporto artista-pubblico è un rapporto implicante la presenza di un Eros mediatore. Riconoscendo quindi in ogni atto creativo, e nell’arte che ne è l’espressione per antonomasia, la riuscita sintesi delle opposte polarità maschile-femminile, attivo-passivo, consideriamo l’artista demiurgo e sacerdote, sciamano e riconciliatore, riunificatore degli opposti in una nuova armonia, in una coincidentia oppositorum rispecchiante la fondamentale androginia di ogni creatore celeste, se, per dirla con Scoto Eriugena «Dio è androgino perché è tutto (…) numerose erano le divinità chiamate Padre e Madre»⁴ alludendo alla loro autogenesi oltre che ai loro poteri creativi. Anche nello Zohar si parla di sacro connubio: nello hieros gamos si compiva l’unione delle due sefiroth Tifereth e Malkuth, dall’aspetto maschile di Dio con quello femminile, l’Adam Kadmon la qualità creatrice.

Dall’illo tempore si narra sempre di esseri divini neutri o androgini, che generano e partoriscono autonomamente: loro simbolo è l’uovo cosmico (l’uovo d’argento della dea Nyx?), dalla cui divisione in due parti, Cielo e Terra, nasce il mondo. Tutti i miti della creazione si basano su un processo di differenziazione in seguito alla rottura dell’unità primordiale: sull’uno che diventa due. La partenogenesi implica l’androginia «… dal Caos nacquero Erebo e Notte, la Terra da sola generò il Cielo Stellato, … Hera, la sposa-sorella di Zeus, partorì da sola, a “dispetto di lui”, Efesto e Tifeo» Esiodo⁵ rivela così la più antica natura medio-orientale della Grande Madre androgina. La Grande Madre crea sotto il segno della Luna e manifesta il suo lato maschile nel serpente, che è il «fallo lunare», «mitico marito» di tutte le donne; la bisessualità chiede la luna mediatrice tra Cielo e Terra, protettrice e fondatrice di ogni rito iniziatico di androginia rituale al recupero dell’unità primordiale, momento magico di una confluenza nell’adepto delle potenze di entrambi i sessi, faccia dello specchio dell’androginia divina, il cui simbolo, indicante la perfezione degli inizi, è il rotondo senza principio né fine, l’Ouroboros (il serpente occidentale o il drago orientale che si morde la coda), che si genera e si concepisce, si divora e si partorisce, è attivo e passivo, è sopra e sotto, immobile ed eterno nel suo continuo divenire: pregnante rappresentazione del grembo materno primario, dell’utero arcaico contenente ogni opposta polarità, caos atemporale ma annunciante future creazioni.

È creazione anche nel movimento della ruota che gira su se stessa, movimento come segno maschile, rotondità come femminile, utero fecondabile e fecondato. Il figlio come terzo sesso (l’androgino platonico del Convito), da padre e madre che di entrambi è la sintesi, androgino sferico, prole della Luna, sintesi dei due sessi: quello maschile, solare, quello femminile,tellurico. Dall’unione maschile femminile nasce l’infinita varietà del mondo, dall’unione tra la luce e l’ombra, luce apollinea, solare, diurna, ombra tellurica, lunare, dionisiaca. Il mito dell’androgino platonico – dice Fornari⁶ – sarebbe la rappresentazione del concetto di gravidanza che si attua nel «tempo antico» mitico dello stato fetale, come rappresentazione quindi dell’utero gravido, che è insieme contenente e contenuto, apparentemente passivo nella sua intensa attività, utero-vagina che contiene un bambino-fallo.

Caotica e onnipotente, questa androginia primaria, simbolo della fusione simbiotica tra madre e figlio (incesto uroborico), peccato fondamentale di hybris, arrogante autosufficienza che esclude ogni altro e che Zeus-padre, geloso e incollerito punirà con un taglio, “taglio” che in psicanalisi, è quello del cordone ombelicale, che indica la rottura del cerchio della simbiosi incestuosa madre-figlio, e tale rottura implica anche una scelta di identità, una scelta di oggetto di amore, un essere ormai uomo o donna, quindi accettazione della perdita dell’onnipotenza; questa androginia primaria dunque subisce un trauma per la rottura della beata unità originaria. La bisessualità psichica sarebbe un tentativo non sempre riuscito, di negare questa insopportabile verità, il rifugiarsi, come già Narciso, nella nostalgia di un «inaccettabile altrove», verso «un altro luogo», un altro sesso, perduto in seguito a quella catastrofe che è la nascita, inesorabile cacciata dall’Eden e che comporta il rischio – secondo Fornari – di una inimicizia tra il bambino e la madre⁷.

Del resto anche lo sciamano in quanto mediatore, medicine-man, talvolta psicopompo ha caratteri bisessuali e, nel suo tentativo di ritornare ad un caos informale ma fecondo di possibilità, instaura l’androginia uroborica in ogni partecipation mystique. E le principali funzioni nel rito del misticismo cabbalistico presentano il sacro connubio, la «coniunctio del maschile e del femminile» nona sefirah, Yesod, potenza – descritta con un simbolismo fallico spesso aperto – della generazione, del fondamento di tutto ciò che vive, che garantisce e compie lo hieros gamos, che è anche espressione della presenza all’interno di Dio di potenze femminili.

(continua…)

³ W. Kandinsky, Punto, linea, superficie, Milano, Mondadori, 1958.

⁴ T. Gregory, Il pensiero di Giovanni Scoto Eriugena. Tre studi, Firenze, Le Monnier, 1963.

⁵ Esiodo, Teogonia (a cura di G. Arrighetti), Milano, Rizzoli, 1984.

⁶ F. Fornari, «Il Padre Signore della Morte», in AA.VV., In nome del Padre, Bari, Laterza, 1983.

⁷ F. Fornari, op. cit.

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Il guerriero androgino. La donna, l’opera, la poesia visiva. – parte I

24 domenica Nov 2019

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Sebbene la partecipazione in qualità di soggetto attivo e consapevole alla razionalità storica sia una conquista che la donna è andata realizzando a partire per lo meno dalla seconda metà del secolo scorso, la storia ci ha tramandato da sempre figure femminili di primo piano. Ogni epoca di ogni civiltà ha offerto nomi di eroine, regine, mistiche, di donne distintesi nelle arti e nella letteratura. Nomi ai quali la tradizione ha dato anche una veste iconica che, nella maggior parte dei casi, si è iscritta saldamente nella nostra cultura visiva e letteraria. È questo, segno di una contraddizione. Un’analisi minuziosa porterebbe forse al risultato sorprendente che le figure femminili hanno ispirato l’arte e la letteratura in misura molto maggiore delle figure maschili. Ma in realtà questa non sarebbe che una lettura superficiale. Mukarovsky¹ ha descritto la funzione estetica (o letteraria) come una «capacità di isolamento», dell’oggetto da essa toccato, quindi, di un fattore, in ultima analisi, di differenziamento sociale. L’attenzione dell’artista, dello scrittore (particolarmente nel periodo umanistico-rinascimentale) si appunta pertanto sull’evento eccezionale, che esce dalla norma, ed è per questo verso emblematico, simbolico. La rappresentazione della donna nell’arte e nella letteratura non è perciò una reale e diretta rappresentazione della donna, ma di quei valori e significati “eccezionali” ed eccezionali in quanto costituiscono la coesione ideologica del sistema sociale che li produce, che la donna soltanto, proprio per l’assenza della storia come soggetto reale, può raffigurare. Insomma se l’uomo fa la storia in concreto, la donna, in quanto le è negato tale diritto, viene chiamata a rappresentare le grandi finalità della storia, quelle finalità che l’uomo non può rappresentare perché “contaminato” con la storia concreta. La donna perciò si ritrova simbolo oggettivato in un universo di significati creati e disposti dall’uomo.

Intorno al terzo decennio del secolo scorso si afferma in America e in Europa la rivoluzione industriale. La capacità produttiva delle industrie, accresciutasi con l’intervento delle macchine, l’ampliarsi dei mercati, l’afflusso di nuove materie prime in seguito alle espansioni coloniali richiedono un considerevole aumento di manodopera. È a questo punto che la donna entra in misura massiccia nell’apparato produttivo, è ora che essa comincia a formarsi e a riconoscersi come massa. Riconoscendosi come massa la donna si riconosce come soggetto storico. Ma nel contempo «il rapporto fra i sessi – afferma Kate Millet – è politico e conferisce all’uomo il dominio sull’intera cultura sociale, subordinando la donna ad una situazione di dipendenza classista nello stesso modo che una potenza coloniale opprime e sfrutta la popolazione indigena. Sarà impossibile sapere con certezza se tra uomini e donne esistano reali differenze biologiche fino a quando i sessi non verranno trattati in modo diverso, cioè uguale».²

È anche vero che il fuoco dell’oppressione è individuato nella famiglia, in quanto è in essa e da essa che viene definito il ruolo della donna come sposa e madre, ma occorre collocare la famiglia nel contesto sociale più vasto, non solo come mancato fornitore di servizi, ma come esigente quel particolare tipo di famiglia e quella particolare forma di divisione del lavoro e dalle funzioni di essa, che oggi non è più identica a quella propria della famiglia patriarcale. L’emarginazione sociale delle donne è richiesta da una società capitalista fondata sulla mobilità e produttività individuale e sulla progressiva depoliticizzazione dei suoi membri, alla cui espressività è lasciato solo lo spazio “privato” sempre più enfatizzato. È chiaro che chi risente in maggiore misura di questa emarginazione sono le donne istruite della classe media, coloro cioè che per educazione e appartenenza di classe si sentono in diritto di partecipare alla gestione della società. Quando una cultura crea una situazione di questo genere: da una parte la classe maschio-politica dirigente preoccupata soltanto di mantenersi al potere e quindi di chiudere ogni canale di ribellione ritenuto pericoloso (l’immaginazione femminile) dall’altra gruppi intellettuali di apparente opposizione (il maschio femminista) che a loro volta controllano la situazione che li riguarda direttamente, usando gli stessi sistemi della classe dirigente, allora si stabilisce quella che si può definire una paralisi, uno stallo; si verifica impossibilità d’infiltrazione, si verificano aree di ghettizzazione. La mistica della femminilità e il consumismo sono due importanti facce di questo fenomeno.

(continua…)

¹ J. Mukarovsky, Il significato dell’estetica, Torino, Einaudi, 1966.

² K. Millet, «Sexual Politics», in W. O’Neill, The Woman Movement. Feminism in the United States and in England, London, 1965.

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Da un’avanguardia all’altra. Esperienze verbo-visive tra Gruppo 63 e Gruppo 70

18 martedì Ott 2016

Posted by Lucia Marcucci in Eventi

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Antonio Porta, Arte Contemporanea, CAMeC, Contemporary Art, Gruppo '70, Gruppo 63, Lamberto Pignotti, Lucia Marcucci, Luigi Tola, Nanni Balestrini, Poesia Visiva, Renato Barilli, Scrittura, Vincenzo Accame, Visual Poetry

Da un’avanguardia all’altra. Esperienze verbo-visive tra Gruppo 63 e Gruppo 70

Opere di Vincenzo Accame, Nanni Balestrini, Lucia Marcucci, Lamberto Pignotti, Antonio Porta, Luigi Tola

Nel giugno del 1966 alla Spezia si tenne la quarta riunione del Gruppo 63, uno dei più importanti movimenti letterari del secondo Novecento italiano. Questo incontro – che per la città fu un vero e proprio evento – è ricordato, esattamente a cinquant’anni di distanza, con il convegno “Il gruppo 63 alla Spezia 1966-2016” e una mostra.
La manifestazione intende dimostrare come il Gruppo continuò a essere attivo e produttivo anche negli incontri successivi alla fondazione palermitana del ’63, procedendo ogni volta a focalizzare nuovi aspetti, problemi e protagonisti.

Comitato scientifico e organizzatore: Renato Barilli, Luca Basile, Marzia Ratti
Coordinamento tecnico-scientifico: Eleonora Acerbi, Giacomo Borrotti, Cinzia Compalati, Cristiana Maucci

22 ottobre 2016 | 19 marzo 2017
CAMeC – piazza Cesare Battisti, 1 – La Spezia

vive-ad-occhi-aperti-1967
Lucia Marcucci – Vive ad occhi aperti (1967)

INIZIO

09 domenica Ott 2016

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Non c’erano motivi per restare insonne, nonostante ciò le notti si riducevano drammaticamente: dormivo appena tre ore. Mi domandavo perché ed era un circolo perverso, il cervello mi andava ramingo per infiniti labirinti in cerca di una causa, ma invano. Allora ripercorrevo le tappe importanti della mia vita soffermandomi ai particolari e sforzandomi di ricordarli nei colori, nel calore degli ambienti e perfino negli odori: a folate mi giungevano quelli dell’erba tagliata, delle violacciocche, del grano maturo, degli oleandri, della resina dei pini, della terra e dell’asfalto bagnati dalla pioggia, ancora il profumo del caffè, della cioccolata, della cera sul legno antico. Gli ambienti mi apparivano colorati da toni rosati e scaldati da fonti pseudo-naturali: stufe di maiolica smaltata, caminetti in marmo peperino, larghi bracieri fumanti. Gli attori non erano così ben definiti… quasi sfumavano immersi in una nebbia violacea, mi era molto difficile fermarli intorno a me, fluttuavano e si succedevano come in una ridda: li chiamavo a uno a uno e nominandoli si soffermavano cominciando a reinterpretare l’evento.

Erano così importanti questi avvenimenti? Durante le mie veglie notturne acquistavano un enorme significato, tale da sconvolgere il programma del giorno a venire. Però fortunatamente spesso, alla mattina, svanivano lasciandomi esausta ma libera. Cominciavo così il nuovo giorno non solo lavata sulla pelle dalla breve doccia mattutina ma anche dentro, il cervello sgombro da elucubrazioni e problemi, innocentemente coraggioso per la nuova, a volte disastrosa, giornata. L’ottimismo guariva tutte le piaghe che via via si formavano nella fatica quotidiana e, anche se saltellante a mo’ di grillo, fino a sera infaticabilmente ridanciano. Humor e sano distacco dalle tragedie che solamente un bigotto cretino crede, con fede cieca, di poter esorcizzare, guadagnandosi il paradiso brandendo l’obolo per il mendicante, l’opera mediocre per l’asta benefica, il ciao per il nero claudicante-replicante, la visita pietosa alla vecchietta, le lacrime al funerale di turno e così via. Niente di tutto questo rito consolatorio ma solo crudele voglia rivoluzionaria degl’inferi e tanta di caldo fuoco bruciacchiante le interiora. L’arte si alimentava di questo cibo fatto di miscugli contraddittori, di esaltanti progetti folli, irrazionali, fantastici che non avevano né capo né coda, erano solo vogliosi di mettere giù qualcosa; questo qualcosa che sorprendentemente si concretizzava in una bellissima opera cotta al momento giusto.

(Gli avvenimenti, dai quali certamente derivava il mio lavorio nella categoria degli artistimatti, si trovavano sparsi negli anni dell’infanzia e della pubertà, più diradati nella successiva età perché filtrati attraverso una razionalità talvolta rigorosa, talvolta consapevole della trasgressione progettata, attuata voluttuosamente e appassionatamente. Ma quali avvenimenti se sono nella maggior parte svaniti dalla memoria? Eppoi chi se ne importa! Chi potrebbe essere interessato alla narrazione di essi? A cosa potrebbe servire elencarli cronologicamente? Domando e dico, dico e domando: questa frase martella spudorata nel cervello come fosse base per la mia formazione intellettiva e operativa. L’arte della retorica sapeva nominare ogni frase: ossimoro, palindromo, litote, sineddoche, metatassi, pleonasmo, ecc. ma non aiutava più di tanto alla realizzazione dell’opera. Le nozioni scolastiche tornavano minacciose a inquinare la successiva cultura scelta autonomamente ma presto, fortunatamente, erano seppellite in un mare di ironia che però, forse per vendetta, prendeva talmente possesso che lo scrivere diveniva sempre più osteggiato, che dico, proprio aggredito e sbaragliato. La parola balbuziente a fatica emetteva un suono, che suono? Respinta dalla mente e dalla tastiera, la display bianca, vuota: tutto lo scritto non avrebbe potuto replicare pena la cancellazione. Avveniva la reazione: forte, compressa, relativamente ruffiana ma che, tuttavia, riportava alla fattività non poi tanto limitativa, anzi, reduce da astinenza, era ancor più vogliosa di concretizzare. Riprendeva così il lavoro quotidiano che procedeva attraverso prove ed errori, prove ed errori, prove ed errori…

Poiché non tutto riesce alla prima stesura, l’affanno era il disfare non il correggere, l’opera doveva proprio essere cancellata dalla vista e dalla mente, dimenticata a oltranza altrimenti poteva riaffiorare danneggiando la successiva. In tutta questa intensa fattività si accumulava e si stratificava la cosiddetta professionalità cosicché un banale collage si rivelava intriso di significati, di rimandi, di memorie, alla fine sintesi e fonte di forte rimescolamento culturale.

Le insonnie si producevano spesso con il rimuginare del perché ero artista e del perché me lo domandavo: questo mi rimandava all’imprinting costringendomi alla ennesima rivisitazione del contesto familiare, una fissazione dalla quale non uscivo: domando e dico, dico e domando. La fotografia era l’arte d’avanguardia che sperimentava mio padre, ma non solo quella, anche l’elettricità, la chimica, la botanica, la meccanica, i libri dei più spericolati letterati, dei filosofi e insomma tutto ciò che più moderno c’era, era lì, in casa a portata di mano, il movimento dei futuristi compreso (Lacerba, i manifesti, i libri di Marinetti, di Gargiulo, i disegni di Dottori, ecc.). Nella stanza da studio stavano i libri, le fotografie, insomma le cose più nobili, ma nella stanzaccia di tutto: i residui delle bobine, dei trasformatori, dei bulbi e delle talee da innesto, degli alambicchi per uso misterioso, polveri di ammonio, pirite, fogli di mica, fili di rame, alluminio, zolfo, ecc. ecc., non mancava niente: l’immaginazione correva incantata fra la bachelite e il filo elettrico, fra il vascolo e la grande vecchia macchina fotografica ancora sul treppiede con dentro la lastra, il lungo pulsante della posa e il telo nero penzolante. Nella stanzaccia c’era perfino l’altalena ma dovevo aprire la porta-finestra per farci i miei voli; voli che presto compresero i giochi d’arte o ciò che chiamavo divertimenti nonsense…: scandalizzavo gli amici con scarabocchi e frasi di cui andavo orgogliosa.

Quando si concretizzò la poetica che perseguo da tanti anni? La consapevolezza arrivò piano, alla fine degli anni cinquanta, con la frequentazione dei testi teatrali dei vari Beckett, Dürrenmatt, Ionesco, degli espressionisti tedeschi, e Joyce, de Saussure, Benjamin; la presenza sempre più preponderante dei media, del linguaggio filmico e televisivo, la noiosa seriosità di alcuni autori e lo spiazzante gergo pubblicitario, quel qualcosa che invogliava a mescolare, in un primo momento sebbene diviso, subitaneamente rapportato e manipolato. Ecco scaturire il linguaggio verbo-visivo: poesia tecnologica e poesia visiva. Alla fine di questo percorso l’incontro con alcuni degli intellettuali fiorentini, quelli che sperimentavano (che coincidenza!) i vari linguaggi dei mezzi di comunicazione di massa.

Il clima culturale fiorentino era conformista-provinciale-bottegaio, in più, proprio per non coltivare speranze, sventolato con presunzione e arroganza: molti di questi illusi, poveri di spirito, s’aspettavano il Nobel! Orribile in tutti i sensi. Ma questa palude stigia dava la carica per una reazione, una forte carica atta a sconvolgere, combattiva più che mai, pronta a capovolgere qualsiasi affermazione dei suddetti e dintorni. Ciò avvenne, non senza lacrime, non senza furiosi e pungenti chiacchiericci, non senza spargimento per strada di ex amici, ma avvenne! Dalla palude all’avanguardia: le acque furono mosse.

Firenze 30 marzo 2008

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Lucia Marcucci – Poesia Visiva

La mia poetica consiste, attraverso la parola e il segno, nella rielaborazione letteraria e pittorica, ma soprattutto critica, dei mass media (immagini, slogans, linguaggi variamente persuasori e mistificatori del sistema sociale contemporaneo).

My poetics consists, through the word and the sign, in the literary and pictorial, but above all critical, reworking of the mass media (images, slogans, variously persuasive and mystifying languages ​​of the contemporary social system).

Ma poétique consiste, à travers le mot et le signe, dans le remaniement littéraire et pictural, mais surtout critique, des médias de masse (images, slogans, langages diversement persuasifs et mystifiants du système social contemporain).

Meine Poetik besteht mittels Wort und Zeichen aus der literarischen und bildnerischen, vor allem aber kritischen Aufarbeitung der Massenmedien (Bilder, Parolen, unterschiedlich überzeugende und mystifizierende Sprachen des zeitgenössischen Gesellschaftssystems).

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