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Nell’attività umana il fare appartiene all’elemento maschile della personalità, mentre l’essere è puro elemento femminile e quindi ogni opera è sintesi di fare e essere, riunificazione degli opposti attributi, fuoco bianco e fuoco nero, luce bianca e luce nera, una totalità l’opera d’arte. Nell’ispirazione, che sembra all’artista provenire dall’esterno, come una penetrazione o/e possessione, si riconosce l’elemento attivo, maschile, che feconda la parte femminile, la psiche dell’artista stesso così che si generi il figlio, l’opus, la “creatura alchemica”. Il processo creativo come processo erotico intrapsichico, l’eccitazione che si accompagna al pensiero produttivo come eccitazione di natura libidica: infatti da molte autobiografie di artisti e poeti, sappiamo che gli stati creativi sono contraddistinti spesso da un particolare stato d’animo quasi orgiastico. Si può definire questo processo creativo come “orgasmo dell’io” che si ricollega ad un concetto di bisessualità fondamentale come “qualità dell’unità e dell’intero sé” come polarizzazione di essere e di fare che si riunificano e si fondono nel momento dell’atto creativo; il processo creativo ci rimanda quindi alla androginia rituale sciamanica, dove si tende a ricreare l’integrazione dei contrari, a restaurare simbolicamente il caos originario, con un recupero del magmatico Es.
Attuando una regressione anche violenta, l’artista-sciamano, preda della mania invasante di Dioniso – perché in esso non è il sogno ma l’ebrezza, è vita vissuta pienamente e non oggettivata – e tuttavia guidato e corretto da Apollo, dio della forma, «della forma plastica in arte, della forma razionale del pensiero» dice Brown⁸; l’artista allora sarà capace di non perdersi, nella possessione invasante delle menadi, ma la sua sarà una «regressione al servizio dell’io» un’immersione nel magma fecondo dell’inconscio, che gli consentirà di riemergere, Rebis, androgino ermetico, coagulantesi sotto il controllo di Apollo, organizzatore di ogni Logos.
Il mito platonico viene ripercorso nel progetto e nell’attuarsi di ogni opera d’arte o di ogni atto altro atto creativo, come regressione alle radici arcaiche, come recupero del lontano androgino primitivo: indifferenziazione iniziale generante successive identità. Infatti attraverso l’elaborazione di varie componenti si attua la riunificazione degli elementi maschili e femminili, vera sublimazione alchemica dell’«opus psichica», elementi non più rimossi ma conciliati in un nuovo androgino; l’opera si rivela essere sintesi di attivo e passivo, di maschile e femminile, di Apollo e Dioniso, di essere e di fare, sia essa quadro, scultura, architettura, musica, scrittura.
L’opera come sintesi e mistero, hieros gamos iniziatico, pregna dei codici contestuali, generatrice di forme simboliche alle quali tutti sono chiamati a partecipare attraverso un processo di decriptazione, processo implicante il desiderio dello svelamento.
Già all’inizio degli anni sessanta tutti questi problemi agivano in me e nella mia opera: l’ansia e il malessere per trovare un rapporto con il contesto, vorticoso Kaos, in cui era il mio corpo femminile e la mia mente maschile, il bisogno della concretizzazione fra le tradizioni di memoria e la tecnologia e altro ancora. La poesia tecnologica, la poesia manifesto e finalmente la poesia visiva. La poesia visiva opera “impura”, opera ambigua, poesia e pittura, ma non questa né quella, opera intermedia, inter-mass-media, poesia uscita dal libro, pittura entrata nel libro, poesia da gridare negli stadi, pittura da guardare sui muri delle strade: fu la mia opera, la mia mania invasante, la mia riemersione. Il mio lavoro iniziò manipolando immagini e slogan tratti dai rotocalchi, creando nello stile dei manifesti murali dei contro-manifesti, scrivendo sulle pagine dei giornali esclamazioni prese a prestito dal linguaggio dei fumetti, cambiando di segno immagini femminili nella maniera più irritante agli occhi del fruitore abituato ad assumere la riproduzione della donna come consumo di bellezza, servendomi di immagini di opere classiche decontestualizzate con interventi di scrittura come revival di poesia impropria, contaminazione e compromesso di tutti i ricordi della cultura data e acquisita. Il messaggio fu formulato attraverso un nuovo codice, attraverso l’iterazione di elementi che hanno necessità di coesistere: la materia, l’immaginazione e la tecnica. Il collage fu la tecnica che mi permise soluzioni più varie, perfino con pellicole di vecchi film, con nastri incisi, fino ai nuovi segni del computer.
Nei miei intendimenti l’opera doveva essere un “volgare” il più vicino al mondo d’oggi, un “volgare” però carico, pregnante, politicizzato, guerrigliero, scomodo. L’opera riunificatrice degli opposti ma nello stesso tempo enorme carica esplosiva, accusatrice e giustiziera. L’opera come sintesi e mistero ma generatrice di forme simboliche che possano muovere, irritare, creare scompiglio. L’opera come infiltrazione in tutte le fenditure possibili, a coprire il più piccolo pertugio. Strategia e guerriglia a coprire il possibile scoperto. Attraverso l’opera ridefinirsi infine come facenti parte di una cultura dinamica, una cultura che taglia i ponti con le tradizioni, i ruoli imposti, una cultura che tragga dal passato ciò che le possa servire per muoversi e, se il passato è maschile e classico, umanistico, illuminista, romantico, funzionalista, costruttivista, etc., ebbene estrapoliamo ciò che serve e andiamo avanti, considerando questo “maschile rigido” come vecchio, indebolito, ripetitore del proprio riflesso, mestatore di riti e di miti che hanno già cominciato a non appartenergli più.
Affondare a piene mani nella cultura e cambiarla di segno, in quella cultura pagata a caro prezzo per lo stratagemma dell’eccezionalità, della decontestualizzazione sempre effettuata; trarre da quei codici un linguaggio di segno contrario, rivisitando tutti i luoghi del martirio, rivivendo positivamente il fuoco dei roghi.

Firenze, 1987

⁸ N.O. Brown, La vita contro la morte, Milano, Adelphi, 1985.

pubblicato su Donne e scrittura, (a cura di) D. Corona, Palermo, La Luna, 1990

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