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LUCIA MARCUCCI

LUCIA MARCUCCI

Archivi tag: Scrittura

IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 11

19 sabato Set 2020

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

L’altopiano di Giza con le piramidi consunte dal turismo più caciarolo, fa bella foggia di sé da ormai moltissimi anni. Manipolando alcune panoramiche e alcune notizie si giunge alla tomba di Osiride piuttosto in fretta e ci meravigliamo che sia immersa completamente nell’acqua come nella placenta materna, cosicché ci viene in mente la vita e la morte, un circolo oltretomba e oltremodo vizioso come l’ouroboros! Cheope, Chefren, Micerino e la Sfinge: andiamo in un paese e ci innamoriamo delle impressioni oculari, senza approfondire granché ma apprendendo soltanto i racconti degli operatori turistici e in sostanza neanche quelli. Elaboriamo le tantissime fotografie scattate fra un turista americano e uno tedesco, fra il torero in vacanza e il boss in cerca di avventure, fra la signora in bianco e la puttana decorata dall’oro guadagnato, fra il prete copto e l’imam strascicati nei pullman a prezzo turistico. In America il guanaco delle Ande meridionali sputa tranquillo sopra qualsiasi cineasta ma le riprese sono sempre pulite da tracce di saliva; non così si salvano le altre riprese: la confusione è assicurata. Si mischiano le carissime bistecche di balena del Giappone con le foche della Lapponia, il Circolo Polare artico con l’Equatore, la Sirenetta di Amsterdam con il Colosseo, il cane cinese scuoiato con l’osso buco milanese, il primo ministro inglese con il mafioso della Sicilia, la crociera nel mare delle Baleari con le corse in slitta del Canada: la presenza del caos è tangibile anche perché le datazioni si accavallano nei giorni, nei mesi e negli anni. Archiviare tutte le informazioni, incasellarle con ordine, le dia con le digitali, i fotomontaggi con le panoramiche tridimensionali, i dvd, i cvc, i gvg, bvb, CD, i floppy, ecc., ecc., che bellissimo pasticcio! Ci mancano i profeti di sventura che giurano sull’ora, sul giorno, sul mese e sull’anno della fine del mondo convinti dal loro piccolo cervello nutrito da una miriade di libri di pessima tiratura che fanno brutta mostra nei loro scaffali di merdoteche. Non ci dimentichiamo i computer con programmi adatti ai romanzieri con cinquantamila frasi fatte pronte all’uso.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 10

05 sabato Set 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

I denti tricuspidali degli squali toro facevano la loro bella dimostrazione di efficienza ai sub timorosi scesi nelle acque delle isole Malpelo di origine vulcanica a ovest del Messico e della Nuova Caledonia; il Triangolo d’Oro: dimostravano di poterli fare a pezzetti e ingoiarli dopo venti bocconi, ingoiarli fino all’ultimo lembo di pelle. Gli squali erano a branchi, con loro anche gli squali martello dagli occhi ai lati dello stupefacente volto, proprio sul batticaglio per battere, appunto! Facevano bella mostra della loro originalità ancora avvolta nel mistero: l’uomo si domanda da millenni del perché di tale anomalia come se ignorasse la propria. L’animale impazzito che non si fa una ragione delle stravaganze biologiche degli altri. Uno dei sub era reduce di una brutta avventura in Australia: attaccato, in pieno deserto, dal serpente più velenoso fra le nove specie presenti, il Taypan, nel mentre cercava, con un amico erpetologo, il mitico serpente arcobaleno, aveva riportato un morso proprio sul polpaccio. L’amico gli aveva tagliato la parte cercando di far defluire tutto il veleno ma il povero sub cominciava a paralizzarsi dal collo all’inguine e se non fosse arrivato l’elicottero di soccorso sarebbe prestamente spirato: la cosa più terribile per lui fu di aver rischiato di morire sulla sabbia bruciante di un deserto invece che nelle limpide acque di un qualsiasi mare. I denti degli squali anche se tricuspidali non erano da paragonare a quelli del serpente, quindi si fece coraggio e affrontò tranquillamente sia i toro che i martello e il suo ultimo brandello di carne fu digerito nel limpido Triangolo d’Oro. Lo pianse soltanto l’amico Steve che nella città di Adelaide seppe della disgrazia e insieme ai suoi koala e ai suoi amati canguri in riva al mare, rivolse a lui i suoi pianti e le sue condoglianze, poi tornò nel deserto a caccia di serpenti arcobaleno.

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INDISCREZIONE (il controsenso della scrittura lineare)

29 mercoledì Lug 2020

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Mi venne in mente tempo fa, in una notte buia e tempestosa, di cominciare a scrivere linearmente non curandomi della poetica che ho perseguito per una vita! Il trabocchetto era in agguato: in direzioni diverse mi portava dalla sperimentazione all’angoscia esistenziale. “Meglio un poeta oggi che una gallina domani, meglio una poesia oggi che un uovo domani, poesia a primo sguardo, una nuova razza audace, ma il futuro è in gioco, i più cari saluti…” Bene, benissimo tornare a slogannare, una boccata d’aria fresca o d’acqua fresca è oltremodo salutare, il linguaggio tecnologico, gli inserimenti varii e poi, via via discorrendo e via dicendo. Torno svelta all’agguato di cui prima: volendo scrivere di cose, avvenimenti, fatti, misfatti, accadimenti che si sono avvicendati nella mia vita (quella prenatale, quella natale, quella banale, quella delle cose piccole, quella che si svolge fra un’opera d’arte e l’altra…) ho dovuto scendere al compromesso, proprio scendere e di moltissimi gradini. Perché è avvenuto questo? Ecco l’interrogativo che odio. In effetti sarebbe stato molto arduo descrivere ironicamente e in maniera distaccata ciò che purtroppo non sento in tal modo anzi, lo sento in tragedia… o scena oscena! Sarebbe stato meglio stendere un pietoso velo su ciò? Altro interrogativo fastidioso. Eppure la tragedia fa parte dei lati di un qualsiasi carattere e il mio non sfugge a questa, infatti tocca spesso sia le vette sia gli abissi, ossia allegrie, euforie e comicità ma anche umor nero, melanconia e lacrime amare. I dubbi si susseguono ma non ci casco a lungo; a un certo punto mi do dei limiti, agisco cocciuta e consapevole di sbagliare: lo sbaglio talvolta mi esalta, spezza la monotonia, mi fa sentire da schiaffeggiare, una specie di autoironia, di abbassamento delle difese.

To speak? To write? Parlare, parlare, scrivere, scrivere, qualcuno ha affermato che la scrittura è una ossessione, è un’attività diabolica, che si scrive, si scrive scrivendo e scrivendo si perde la cognizione del tempo e del pudore. Un’operazione masturbatoria che non dà tregua, non si attutisce anzi diventa sempre più frenetica e fagocitatrice, un serpente che si morde la coda: ouroboros.

Magari potrebbe divenire, oltre che un’attività così ossessiva, una mediazione per comunicare subitamente attraverso le e-mail ma allora sarebbe pericolosa, portatrice di virus eppoi a chi mandarla? A chi inviare lo scritto? Estremamente intellettuale, chi lo leggerebbe? I mass media sono ben veicolati per televisione e molto suggestivi (nel vero termine del verbo suggestionare), arrivano a milioni e milioni di spettatori – videoidioti – ma pur sempre impregnabili.

Ai migliori, quelli per intenderci un po’ più acculturati, (sic! ho sentito dire a un deputato distendere le anime! a una attrice ho molta zucca in testa!) anche se bombardati dalle comunicazioni, sopravviene – consapevolmente o no – una specie di sordità mediatica; è un modo per vivere con una parvenza di libertà di scelta, con un arbitrio talvolta strenuamente difeso o almeno gelosamente trattenuto in qualche recesso della mente. Gli altri sono innocenti cavie senza nessuna possibilità di scampo. Le opere tecnologiche, le poesie visive – nelle intenzioni del Gruppo ’70 – dovevano provare a scuotere l’abulia che affligge i più (volevamo inondare gli stadi di volantini, striscioni e recitare poesie dagli altoparlanti, ma tutto questo restò solo teoria), i pochi hanno avuto qualche reazione e allora ecco che mi viene voglia di fare la passeggiata lineare, provare l’avventura dei sentimenti nudi e abbandonare per un po’ le barriere poetiche. Percorrere i sentieri remoti di vita passata, rimossa e anche dimenticata; vedere le cose con un cannocchiale e così avvicinarsele repentinamente, estrapolarle e rifletterci aggiornandole, magari provando a narrarle con il linguaggio tecnologico-visivo. Devo però distaccarmi ragionevolmente dalle vicende più emotive altrimenti le frasi assumono uno stile troppo tradizionale; mi è oltremodo faticoso fare digressioni caustiche, ironiche e dissacratorie. Ho uno stile a saltelli, particolarmente visuale, le immagini mi affiorano tumultuose alla mente e mediamente cerco di scriverle più presto che posso. Scrivere per immagini si è rivelata un’occupazione ardua e trasgressiva, non adatta alla narrazione, ma, d’altra parte non volendo indulgere troppo nella linearità, finirei per oltrepassare la comprensibilità e aggroviglierei inevitabilmente il malloppo.

Non sfuggo all’eccitazione del documento vuoto, del vecchio foglio bianco, pronto lì da riempire, in modo incredibilmente facilitato dalla buona tecnologia computeristica (si può essere nemici del progresso, verdi, gialli, itterici e isterici, apocalittici o integrati alla Eco ma bisogna riconoscere la grande macchina tecnologica e scientifica… questo cervello in cui si può mettere di tutto, ci può dare tanto e quindi aiutare tantissimo), così mi viene voglia di iniziare a narrare, argomentare in qua e in là scegliendo via via la teoria, la novella, il sogno, la poetica, la praxis, il calembour, il nonsense: le possibilità sono infinite, manca solo il tempo… il futuro sempre più breve, incombe. Perciò l’urgenza di testimoniare fatti, misfatti e sogni, aspettative (ancora!), speranze e raggiungimenti di una vita operativa non conclusa. Il genere narrazione mi prospetta molte difficoltà non avendo né uno stile né una mente lineare e come ho detto sopra, proseguo di palo in frasca come un saltafosso.

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Lucia Marcucci (1970)

La struttura a punti fu da me teorizzata nel ’67 in uno scritto riguardante la cinepoesia, rifacendomi all’antropologa Margaret Mead che, in un periodo precedente, aveva studiato il linguaggio di alcuni popoli tribali, il loro modo di comunicazione e i loro rituali. Paradossalmente il mio tipo di comunicazione ha molti lati simili a quelli presi in esame dalla studiosa di cui sopra! Può darsi che ciò sia da attribuire alla fortissima balbuzie che mi affliggeva (continua ancora ma più leggera): ero impedita di fatto ad affrontare un discorso conseguenzialmente corretto. Alcuni scrittori sono narratori esemplari, conoscono perfettamente la consecutio temporum, forse l’hanno nel DNA… eppoi sono soccorsi da una memoria d’elefante; tutto ciò è lontano da me: libera, libera, libera. Sì, così mi reputo; verificare un panorama della mia produzione artistica può far avvallare, a un attento critico, queste caratteristiche.

Per dannazione ricorrente la mia attività poetica è visiva, cosicché devo combattere giornalmente con ricordi a tinte forti che devo decantare in un filtro abbastanza spesso per agevolare la descrizione fluida e comprensibile. C’è poi il problema delle rimanenze: dove le metto? Non posso lasciare le scorie nel telo di finissimo lino, devo in qualche modo utilizzarle versandole nel calderone delle mie storie inventando, ogni giorno, nuove trame anche al rischio di barcollare in varie direzioni. Queste sono le buone intenzioni per una futuribile scrittura narrativa.

Essendo prossima alla fine perché i tempi si riducono inesorabili, mi riprometto spesso di cominciare un lunghissimo romanzo, il più lungo possibile, ironicamente interminabile, necessario di infiniti studi e capitoli approfonditi su cose e persone, un’opera aperta costantemente in fieri. L’umorismo e l’ironia sono modi per sdrammatizzare ciò che ci è difficile affrontare serenamente; qual è il tipo di personalità che ben si adatta all’inesorabile? C’è una miriade di filosofi, beati, santi, matematici, letterati, psicologi, papi, antipapi, illuminati, che hanno affrontato il problema armoniosamente… in apparenza! Ma sarà poi vero? Nessuno è venuto, dopo, a raccontarcelo. L’artista è fra tutti il meno prevedibile, il più contraddittorio e forse il più lunatico, cosicché come andrà a finire? L’interminabile potrà essere iniziato in tempi ragionevoli fra qualche giorno, mese, anno, uno, due al massimo ma poi, quasi certamente, resterà tronco magari sul più bello. Quale sarà la trama: come un serpentone, a volo d’aquila, dallo sguardo basso e rasente terra della rana, rimbombante a mo’ di campo di battaglia, tragica e farfallona o melensa e noiosa? Ci saranno colpi di scena, delitti, orrori, misteri e incanti? Ogni giorno accadrà l’imprevisto. Ogni giorno il giro del mondo attraverso internet e, in mancanza, attraverso i vari scemeggiati e gli osceneggiati. Le alchimie coloreranno di comicità qualche cosuccia, la bacchetta magica servirà a muovere l’aure e alzare un po’ di venticello ma non certo il vento tempestoso che alzano alcuni libri di stupidaggini per bambini mal cresciuti.

Il racconto o meglio l’excursus anageografico nei mass media potrà essere un collage di notizie manipolato, stravolto e reso con altro codice all’attenzione dei lettori, come del resto fanno spessissimo i reporters: assemblano fotografie di paesaggi e cataclismi i più vari con vedute spaziali, rovine per attentato e gruppi di bambini affamati dalla FAO, leoni marini e balene arenate con i pinguini di contorno e qualche foca sbranata dall’orso bianco, i cuccioli scuoiati dai cacciatori di pellicce, le navi rompighiaccio piene di pesciacci già surgelati. Attraverso il maledetto schermo televisivo, veicolante una caterva di ridicole commedie e drammi quotidiani, che imboniscono i videoidioti ventiquattr’ore su ventiquattro. Da ciò il racconto prende l’avvio e il marasma comincia.

Si può aggiungere e togliere qualsiasi notizia, vera o fittizia, ripetere fotogrammi, riprese obsolete e perciò dimenticate dai più che, avendo poca memoria visiva, le prendono per nuove di zecca e invece sono inerenti a tutt’altro servizio e/o prese pari pari da film vecchi o recenti: chi se ne accorge? Neanche uno su mille, neanche uno su un milione! Affascina questa peculiarità dei media, la televisione e anche internet sono oramai i nostri dei, sono il nostro verbo. L’artificio è arte ma la sua diffusione distorta induce la massa a seguirne le direttive senza critica soggettiva/oggettiva, senza riflettere, come un gregge di pecore pronte a smarrirsi. Sarebbe auspicabile lo smarrimento per sentieri alternativi, purtroppo è solo uno smarrimento dell’essere e del cervello indotto politicamente da destra o da sinistra. In molti versano il vuoto nel nulla! Vero è, come diceva Platone, “tutto è memoria” cioè niente si crea dal niente, qualsiasi avvenimento è già stato, o almeno si ripete nel tempo similmente, anche le immagini si succedono simili all’infinito spostate di contesto, riassemblarle è un gioco da ragazzi ora che il tutto può essere filmato, archiviato. Il giuoco degli specchi, il rimandare l’immagine l’una nell’altra e così gli accadimenti, l’uno nell’altro.

Le tante opere di poesia visiva, anche le prime che chiamavo collage o scarabocchi poetici mi portano a rivedere il mio iter fatto di prove ed errori, di entusiasmi e cadute libere, di buoni risultati e di alcuni meno buoni… Ho percorso più di metà della vita credendo nell’arte ma mettendomi dei limiti altrimenti l’autocritica mi avrebbe fermato subito e il pessimismo avrebbe fatto il resto! Tuttora credo in questa irrazionalità ragionata che è la creazione dell’opera, posso dire che ancora mi emoziona e mi esalta. Il mio umor nero si è solidificato e trasmutato alchemicamente nei miei collage, in tutte le mie ideazioni, in tutti i miei scritti. La melancholia dureriana, il ripensamento triste sul perché dell’esistenza, non mi ha mai abbandonato; ha forse condizionato favorevolmente o sfavorevolmente il mio labor.

Firenze, maggio 2006

pubblicato su LA POESIA IN IMMAGINE / L’IMMAGINE IN POESIA “Gruppo 70. Firenze 1963-2013” (a cura di Teresa Spignoli, Marco Corsi, Federico Fastelli e Maria Carla Papini) – Campanotto Editore, 2014

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 9

25 sabato Lug 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

I sentieri stretti, impervi, da una parte l’abisso, dall’altra la parete a sesto grado: la spedizione procedeva lentamente anche perché il carico, composto soprattutto da televisori, telefoni cellulari e da computer dell’ultima generazione, era assai prezioso e doveva arrivare più presto possibile e perfettamente intatto nel villaggio di Shangri-La. Erano stati acquistati dalla ditta più all’avanguardia nella tecnologia delle comunicazioni la Microsoft Corporation, i computer erano quasi tutti portatili e con teleregistratore, alcuni cellulari anche satellitari. Gli abitanti del piccolissimo paese stavano aspettando con ansia quel desiderato carico, avevano già fatto installare moltissime antenne sulle alte montagne che circondavano il loro borgo e si preparavano a comunicare ventiquattr’ore su ventiquattro con il resto del mondo: avevano un arretrato di secoli, l’isolamento e il paradiso di una cultura incontaminata era venuta a noia a tutti costoro, avevano una gran voglia di notizie, di immagini pubblicitarie, di serial, di telenovele, di documentari su animali esotici, di visioni di guerra, di morti ammazzati, di sangue e di pattumiere. Volevano rinnovare anche il sesso che era a loro parere oramai obsoleto cosicché aspettavano anche filmini porno da immettere nei registratori per guardarli, studiarli e possibilmente imitarli. La spedizione procedeva lentamente ma inesorabilmente. Era giunta in vista del Villaggio Paradiso, ancora doveva passare uno stretto pertugio: al di là la strada diveniva più agevole e in una mezz’ora sarebbe arrivata alla meta. Sfortunatamente un improvviso turbine di neve investì e scaraventò tutta la spedizione con il suo carico giù nei dirupi della montagna. Il Paradiso, nonostante la delusione degli abitanti, fu salvo!

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 8

11 sabato Lug 2020

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Città del Messico ore dieci di martedì tredici dicembre duemilaquattro. L’altitudine favoriva il clima temperato quasi fresco, come d’autunno inoltrato a Basilea. Ma quel giorno tredici avrebbe scandito un fatto determinante nella storia mondiale, anzi globale: un gruppo di scienziati annunciò di avere scoperto il vero, controllabilissimo antidoto nonché vaccino per il tumore, qualsiasi specie di tumore, dal melanoma all’epitelioma, dal sarcoma al carcinoma per passare rapidamente alle metastasi, al proliferamento dei linfonodi e così via. I test erano stati sperimentati sugli abitanti delle bidonville, preferibilmente sui bambini che, essendo più vulnerabili e meno contaminati da altri fattori inquinanti, promettevano che i risultati delle sperimentazioni fossero in massima parte più attendibili e, anzi, sicuramente certi. La notizia fece rapidissimamente il giro del mondo, via internet c’erano anche le immagini dei test sulle cavie umane con dovizia di particolari e di visioni al microscopio nucleare. Piuttosto impressionanti ma tuttavia inconfutabili. Gli scienziati indirono un convegno nell’albergo Hilton della stessa città; vi parteciparono innumerevoli grandi cervelli della medicina internazionale, nonché alcuni Nobel; il dibattito continuò, piuttosto acceso, per due settimane, i risultati furono di grande soddisfazione e di plauso da tutte le parti, i pochi avversari furono zittiti e convinti attraverso le prove che non potevano essere che positive. Le piume di alcuni medicine-man si staccarono da sole e cominciarono il loro volo elicoidale su su, verso l’arcobaleno.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 7

27 sabato Giu 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

In Patagonia i paesaggi sono incredibilmente atipici, le colline sono viola, i monti gialli e bianchi si stagliano su un cielo verde con striature rosso fuoco, i laghi neri riflettono le nubi tempestose che si protendono verso l’acqua come volessero precipitarsi compatte in violento uragano, le rive, di rocce bianchissime molto frastagliate e con pochi arbusti che lambiscono quelle nere voragini liquide, formano visioni aeree stranissime: somigliano a occhi allucinati spalancati verso il cielo chiedenti soccorso. L’elicottero percorreva lento e basso per favorire la ripresa alla telecamera della magnifica, straordinaria panoramica, i quattro passeggeri incantati guardavano anche i magnifici voli di corvi che a stormi si gettavano dalle leggere alture per planare stridenti sulle limpide acque nere e traslucide. Nulla sembrava naturale, l’originalità dei luoghi poteva essere stata creata e strutturata da un artista veramente immaginifico: i colori molto contrastanti, violenti, dai neri ai viola, rosso fuoco, verdi iridescenti, bianchi calce abbagliavano gli occhi anticipando una furiosa sindrome di Stendhal. Quasi un museo di una natura viva composta da un demiurgo impazzito. I rotori giravano portando il velivolo verso i picchi delle montagne, passando per delle gole stupende dove gli uccelli nidificavano ai bordi delle rupi a strapiombo, il rumore del motore era sovrastato dalle grida altissime di miriadi di volatili d’infinite specie diverse: il pericolo era la possibilità che gli stormi finissero fra le pale rotanti. Più in alto gli uccelli si diradavano ma incombevano le nubi che stazionavano sulle altissime vette, funghi grigi sulle nevi perenni. L’elicottero, nel suo viaggio di ricognizione, doveva superare quelle cime per arrivare alla Terra del Fuoco e al mare dell’Antartide: il documentario era atteso per le ventidue del giorno dopo. Capo Horn era lì sempre turbolento e infernale (quanti relitti nelle sue profondità sbattuti come in un frullatore); il fine delle riprese era proprio il promontorio della Solitudine. La redazione aspettò fino alle ventidue e trenta del giorno fissato dopodiché fu mandato in onda un documentario sulla partita di calcio Barcellona – Real Madrid.

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IL FOGLIO BIANCO (Oltre la parola)

13 sabato Giu 2020

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Lo spazio intrigante sollecita la posa della scrittura qualsiasi essa sia: di memoria, di noia, di ripetizione, di scocciamento quotidiano o di solitudine. Questa volta l’arte non c’entra o almeno suppongo che non ne faccia parte… forse, ma non si sa mai, può darsi la frequenza più che quotidiana – notturna – sia oramai insita del tutto involontariamente nel contesto. Posa della scrittura come fosse la posa della prima pietra e infatti è così, tanto risulta pesante apporvela. L’incertezza la fa da padrona, solo una cosa è certa o una circostanza: nella scrittura è oltremodo difficile avvalersi degli effetti speciali. Talvolta ci ho provato… saltando conseguenze logiche, provando con parolacce, con bestialità varie, eccetera eccetera, ma tutto inutile: gli effetti speciali non si sono mai materializzati.

Colpi di scena permettendo, saltellando nella mente, come al solito, da un argomento all’altro, oziando sulla virgola quando va proprio male e sulla sillaba quando va un po’ meglio, passo il tempo affrontando, stesa a mo’ di sogliola, i secondi, i minuti e le ore. Anche i giorni trascorrono in bianco e nero, bianco il fondo del monitor, nero le battute su di esso; quale argomento affrontare, cosa dire, balbettare, battere sulla tastiera. Il balbettio mi è molto familiare, ci ho convissuto per buona parte della mia infanzia e della mia gioventù, quasi fino alla soglia della maturità, con risvegli inaspettati anche in età più avanzata. Fino a un giorno che, inaspettatamente, sono passata in un’altra dimensione, questa volta con tutti gli effetti speciali del caso (ma che restano inevitabilmente relegati alle sensazioni della scrivente).

“Una grande luminosità mi abbaglia la visione cosicché vedo poco, tutto sfocato, le rare ombre sono immensi buchi neri e come mi avvicino perdo l’equilibrio, cado nel vuoto. Una caduta lunga, precipitosa, violenta, avvolgente, paragonabile alla filettatura della vite che s’impernia frenetica nel ferro facendo scintille per la difficoltà di intrusione e che si arresta all’improvviso su una rete di filo spinato: come uccellini allo spiedo ci sono, infilzati, miriadi di esseri non facilmente riconoscibili. Potrebbero fare parte del mondo della fauna ma anche della flora sembrando mischiati sia nei colori che nelle forme, evidenziano peduncoli e più che evidenti pupille, glutei rosei e pelame fulvo, branchie verdognole estese enormemente, allargate come ventose il tutto distorto e contratto negli ultimi spasimi della sua esistenza. La sensazione è di essere sopra a un materiale molliccio, umido, scivoloso; il filo spinato non mi ferisce essendone del tutto ricoperto”.

Mancano i suoni, nessun rumore, né fruscio, né scialacquio, né scalpiccio, eppure avrei dovuto sentire o almeno mi sarei aspettata di sentire gemiti, rantoli… niente. Sottovuoto, sottovoce?

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Lucia Marcucci (1972)

L’arte che va in cerca dell’artista che va in cerca dell’arte, è una frase di Tagore ma forse parlava di un flauto per di più dolce…

Affrontare l’opera dopo averla pensata, ripensata, meditata, cancellata; ricostruita nella forma, nel contenuto o nella completa realizzazione del manufatto? Tentare una parafrasi per recodificare il ricordo? O, come Victor Hugo, immersa nella meditazione dentro il mio studio, viene a disturbarmi il suono delle campane di Santa Croce; apro la finestra e osservo la cattedrale stagliata come un’enorme sfinge nel mezzo della città e dico “Ceci tuera cela”: il tutto mi distrugge i riposti luoghi della memoria. Devo cominciare daccàpo.

Sto facendo mente locale nello spazio che mi divide dal resto della città: bellissime scale di pietra lucida (che cera usa il portiere?), un andito con porte di legno antiche, fregi, lesene e riquadri assai signorili, portone d’ingresso in stile ‘600 sempre brillante di cera e, nella parte di ottone in basso, il luccichio della costante ripulitura per eventuale sporco lasciato dai numerosissimi turisti che transitano nella via adiacente alla piazza, una delle più celebrate d’Italia. Turisti con il naso all’insù, ebeti e flashanti, sciamannati e indiavolati, fagocitatori di pizzacce e di birracce! E fra loro svolazzano piccioni, pieni di zecche, voraci di briciole putride. Qui l’umanità si mostra nel suo lato orribile e consumistico, non voglio averci niente a che fare; quando esco monto svelta in sella alla mia bicicletta cercando di stornare lo sguardo dalla folla infausta. L’opera l’ho lasciata in fieri: riprenderò il lavoro la prossima mattina.

Il mattinale è iniziato. Continuo l’opera con rinnovata hybris e con rinnovato furor, rinnovato o ritrovato è lo stesso. Si profila una grande macchia sulla tela, il grumo della stessa che andrà a condensare la poesia visiva, si spande sullo sfondo giallo carico, bello, caldo ed evocativo. Le parole fanno a fatica capolino fra le fitte pieghe, non si capisce altro che qualche sillaba… in qua e in là affioranti nell’ambiguità voluta del messaggio: il fruitore è spiazzato ma si rifà amorevolmente a solleciti di cultura informale. Capisce… capisce, insomma crede di capire!

Andare contro allo stanco conformismo, buttare un sasso abbastanza consistente nello stagno, cercare sempre di stupefare, d’indignare, di scrollare o più modestamente di far soffermare lo sguardo. Tutta la mia opera tende a frantumare i riferimenti culturali finora comunemente adoperati; sono, per prima, talvolta stupita dell’irregolarità del mio lavoro e del coraggio che mi diventa sempre più congeniale. Oso osare. Io oso, tu osi , egli osa, noi osiamo, voi osate, essi osano.

Firenze, settembre 2013

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 6

29 venerdì Mag 2020

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Non lontano dalla Cecenia, nelle aride e fredde steppe, un magnifico e grandissimo monumento raffigurante la Falce e il Martello faceva da ingresso al piccolissimo villaggio di casupole rade, diroccate e fredde. Intorno altri palazzi, incredibilmente vuoti a testimoniare l’antico regime tramontato, tantissimi monumenti ai cavalli, ai disastri automobilistici, ai capitani del popolo, agli eroi delle varie resistenze erano lì come sorti dal nulla, come cadaveri putrescenti, nessuno era intorno, nessun turista, nessuno che li curasse; i pochissimi abitanti frettolosi scansavano quei vecchi ruderi, unico rumore lo emanava qualche straccio di plastica sfilacciata che pendeva dalle orbite vuote delle loro finestre sbattuto dal vento costante delle fredde pianure. Stormi di corvi si posavano di volta in volta sulla falce, sul martello, sullo sfasciame di auto erette su piedistalli, sopra i cornicioni dei palazzi in disuso; stranamente evitavano le casupole, unici luoghi abitati. Lo sciamano era ancora il primo della tribù, il medicine-man, riverito e ascoltato come se tutti gli anni della rivoluzione fossero passati sul nulla. Ancora la scala che portava all’arcobaleno, ancora il sonno smembratore, il volo e la reincarnazione, ancora i profumi e le droghe, il fungo obliante e le inumazioni. Il ritorno dall’aldilà veniva festeggiato con il sacrificio di una pecora magrissima da cui colava quel poco sangue che poteva possedere. Un gruppo di donne nude, dai lunghi capelli neri danzavano al vento senza suoni, solo il sibilo del buran che sferzava impudico i loro corpi, l’erba si piegava sotto i loro passi lenti, non mancavano i falchi volteggianti nel cielo grigio. Si poteva prevedere la pioggia, forse avrebbe portato un ristoro per gli sparuti greggi e per tutto quel malandato villaggio, polveroso e maleodorante, risecchito sia negli abitanti, sia nelle architetture e negli incredibili monumenti svolazzanti filaticci di plastica rossa lasciata appiccicata dall’incuria. Un ragazzino con un tatuaggio sulla nuca rapata giocava a calcio: la palla era fatta di stracci legati con un cordame di budella di cavallo, la porta per i suoi gol era l’incavo della grande Falce; non c’era portiere a parare le sue calciate cosicché la vittoria assicurata gli procurava grandissimo piacere che sottolineava con forti grida di giubilo.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 5

16 sabato Mag 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

In tempi mediamente recenti, in un villaggio kirghiso, si erano materializzati fenomeni tuttora studiati ma tuttora non risolti: dall’unica fontana del piccolissimo villaggio scaturiva un’acqua piena di pagliuzze d’oro e da un albero fiorivano conchiglie che producevano grappoli di perle. I pochi abitanti, stupiti non sapevano che farsene, l’acqua sembrava imbevibile, specie per darla alle pecore e ai maiali, le perle durissime, potevano scardinare i radi denti che ognuno di loro ancora aveva. Lo sciamano prometteva il paradiso in terra a chi avesse mangiato quei frutti e il paradiso in cielo a chi avesse bevuto di quell’acqua ma stranamente nessuno gli credeva: preferivano morire di sete e di fame senza nessuna ricompensa. Un giorno arrivò una troupe di turisti con a capo un imprenditore americano che avrebbe fatto oro anche con gli escrementi, vedendo quei fenomeni così straordinari si entusiasmò e subito ne fece man bassa facendo mettere dai suoi scagnozzi in milioni di bottiglie di plastica l’acqua e in altrettanti contenitori i grappoli di perle. Al villaggio kirghiso niente restò neanche le promesse dello sciamano, l’americano aveva portato via tutto perfino il paradiso terreno e quello ultraterreno e in ciò furono fortunati perché non c’è peggior pericolo al mondo delle promesse non mantenute. Lo sciamano continuò a promettere ma oramai non aveva più merce di scambio altro che l’improbabilità di un futuro escatologico.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 4

30 giovedì Apr 2020

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Un’altra volta c’era un Uomo che non sapeva come riempire il suo ozio altro che con qualche viaggio ai confini delle sue terre che, in quanto ricchissimo, erano di notevolissime estensioni. Verificava ansioso se qualcuno avesse messo piede con qualche cosuccia sulla sua terra e se ciò accadeva anche trovando un barattolo vuoto di Coca-Cola o un mezzo cono di gelato smangiucchiato se ne andava su tutte le furie e si mangiava il fegato dalla rabbia. Non pensava che a questo, tutta la sua ricchezza non gli era di conforto: era aspro con la moglie, con i figli e con tutti quelli che lo circondavano; il disgraziato rischiava di morire di cirrosi o di cancro ma continuava imperterrito nella sua lucida follia. Viveva in un universo parallelo confidante nella resurrezione e nel punto Omega, fedele alla fisica moderna, ai limiti dell’improbabile, certo dell’eterno ritorno e del superuomo Übermensch. Ma il suo fegato si ribellava alla ragione e continuava a soffrire le piccole asperità quotidiane, meschine e incolte. I confini del suo immenso territorio dall’Arabia Saudita a New Orleans, dal Laos alla Grande Muraglia cinese erano continuamente violati da una società primitiva: il mito greco di Sisifo lo tormentava, ogni violazione corretta veniva subito di nuovo ripetuta e così all’infinito. Un giorno incontrò un omino tutto raggrinzito dal sole che cantando calpestava la terra verboten; per un po’ stupito dal gorgheggio, lo lasciò fare, anzi si mise a sedere su un masso a guardarlo e ascoltarlo: l’omino cantava l’amore, le dolcezze della vita, il flebile pianto di suo figlio e gli occhi azzurri della sua compagna. A queste cose il Ricco mai aveva dato importanza, mai si sarebbe sognato di notarle, di farle memorizzare dalla sua mente o ancora peggio, riporle nel suo cuore. Continuò a essere incantato da quella voce, piano piano s’incurvò, cadde dal masso, si arrotolò come un serpente e spirò sul limitare dei suoi confini.

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Lucia Marcucci – Poesia Visiva

La mia poetica consiste, attraverso la parola e il segno, nella rielaborazione letteraria e pittorica, ma soprattutto critica, dei mass media (immagini, slogans, linguaggi variamente persuasori e mistificatori del sistema sociale contemporaneo).

My poetics consists, through the word and the sign, in the literary and pictorial, but above all critical, reworking of the mass media (images, slogans, variously persuasive and mystifying languages ​​of the contemporary social system).

Ma poétique consiste, à travers le mot et le signe, dans le remaniement littéraire et pictural, mais surtout critique, des médias de masse (images, slogans, langages diversement persuasifs et mystifiants du système social contemporain).

Meine Poetik besteht mittels Wort und Zeichen aus der literarischen und bildnerischen, vor allem aber kritischen Aufarbeitung der Massenmedien (Bilder, Parolen, unterschiedlich überzeugende und mystifizierende Sprachen des zeitgenössischen Gesellschaftssystems).

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