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Lo spazio intrigante sollecita la posa della scrittura qualsiasi essa sia: di memoria, di noia, di ripetizione, di scocciamento quotidiano o di solitudine. Questa volta l’arte non c’entra o almeno suppongo che non ne faccia parte… forse, ma non si sa mai, può darsi la frequenza più che quotidiana – notturna – sia oramai insita del tutto involontariamente nel contesto. Posa della scrittura come fosse la posa della prima pietra e infatti è così, tanto risulta pesante apporvela. L’incertezza la fa da padrona, solo una cosa è certa o una circostanza: nella scrittura è oltremodo difficile avvalersi degli effetti speciali. Talvolta ci ho provato… saltando conseguenze logiche, provando con parolacce, con bestialità varie, eccetera eccetera, ma tutto inutile: gli effetti speciali non si sono mai materializzati.

Colpi di scena permettendo, saltellando nella mente, come al solito, da un argomento all’altro, oziando sulla virgola quando va proprio male e sulla sillaba quando va un po’ meglio, passo il tempo affrontando, stesa a mo’ di sogliola, i secondi, i minuti e le ore. Anche i giorni trascorrono in bianco e nero, bianco il fondo del monitor, nero le battute su di esso; quale argomento affrontare, cosa dire, balbettare, battere sulla tastiera. Il balbettio mi è molto familiare, ci ho convissuto per buona parte della mia infanzia e della mia gioventù, quasi fino alla soglia della maturità, con risvegli inaspettati anche in età più avanzata. Fino a un giorno che, inaspettatamente, sono passata in un’altra dimensione, questa volta con tutti gli effetti speciali del caso (ma che restano inevitabilmente relegati alle sensazioni della scrivente).

“Una grande luminosità mi abbaglia la visione cosicché vedo poco, tutto sfocato, le rare ombre sono immensi buchi neri e come mi avvicino perdo l’equilibrio, cado nel vuoto. Una caduta lunga, precipitosa, violenta, avvolgente, paragonabile alla filettatura della vite che s’impernia frenetica nel ferro facendo scintille per la difficoltà di intrusione e che si arresta all’improvviso su una rete di filo spinato: come uccellini allo spiedo ci sono, infilzati, miriadi di esseri non facilmente riconoscibili. Potrebbero fare parte del mondo della fauna ma anche della flora sembrando mischiati sia nei colori che nelle forme, evidenziano peduncoli e più che evidenti pupille, glutei rosei e pelame fulvo, branchie verdognole estese enormemente, allargate come ventose il tutto distorto e contratto negli ultimi spasimi della sua esistenza. La sensazione è di essere sopra a un materiale molliccio, umido, scivoloso; il filo spinato non mi ferisce essendone del tutto ricoperto”.

Mancano i suoni, nessun rumore, né fruscio, né scialacquio, né scalpiccio, eppure avrei dovuto sentire o almeno mi sarei aspettata di sentire gemiti, rantoli… niente. Sottovuoto, sottovoce?

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L’arte che va in cerca dell’artista che va in cerca dell’arte, è una frase di Tagore ma forse parlava di un flauto per di più dolce…

Affrontare l’opera dopo averla pensata, ripensata, meditata, cancellata; ricostruita nella forma, nel contenuto o nella completa realizzazione del manufatto? Tentare una parafrasi per recodificare il ricordo? O, come Victor Hugo, immersa nella meditazione dentro il mio studio, viene a disturbarmi il suono delle campane di Santa Croce; apro la finestra e osservo la cattedrale stagliata come un’enorme sfinge nel mezzo della città e dico “Ceci tuera cela”: il tutto mi distrugge i riposti luoghi della memoria. Devo cominciare daccàpo.

Sto facendo mente locale nello spazio che mi divide dal resto della città: bellissime scale di pietra lucida (che cera usa il portiere?), un andito con porte di legno antiche, fregi, lesene e riquadri assai signorili, portone d’ingresso in stile ‘600 sempre brillante di cera e, nella parte di ottone in basso, il luccichio della costante ripulitura per eventuale sporco lasciato dai numerosissimi turisti che transitano nella via adiacente alla piazza, una delle più celebrate d’Italia. Turisti con il naso all’insù, ebeti e flashanti, sciamannati e indiavolati, fagocitatori di pizzacce e di birracce! E fra loro svolazzano piccioni, pieni di zecche, voraci di briciole putride. Qui l’umanità si mostra nel suo lato orribile e consumistico, non voglio averci niente a che fare; quando esco monto svelta in sella alla mia bicicletta cercando di stornare lo sguardo dalla folla infausta. L’opera l’ho lasciata in fieri: riprenderò il lavoro la prossima mattina.

Il mattinale è iniziato. Continuo l’opera con rinnovata hybris e con rinnovato furor, rinnovato o ritrovato è lo stesso. Si profila una grande macchia sulla tela, il grumo della stessa che andrà a condensare la poesia visiva, si spande sullo sfondo giallo carico, bello, caldo ed evocativo. Le parole fanno a fatica capolino fra le fitte pieghe, non si capisce altro che qualche sillaba… in qua e in là affioranti nell’ambiguità voluta del messaggio: il fruitore è spiazzato ma si rifà amorevolmente a solleciti di cultura informale. Capisce… capisce, insomma crede di capire!

Andare contro allo stanco conformismo, buttare un sasso abbastanza consistente nello stagno, cercare sempre di stupefare, d’indignare, di scrollare o più modestamente di far soffermare lo sguardo. Tutta la mia opera tende a frantumare i riferimenti culturali finora comunemente adoperati; sono, per prima, talvolta stupita dell’irregolarità del mio lavoro e del coraggio che mi diventa sempre più congeniale. Oso osare. Io oso, tu osi , egli osa, noi osiamo, voi osate, essi osano.

Firenze, settembre 2013

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