USA (2004) | acrilici su tela stampata | cm 100×60

© Riproduzione riservata
20 sabato Giu 2020
Posted in Opere
USA (2004) | acrilici su tela stampata | cm 100×60

© Riproduzione riservata
13 sabato Giu 2020
Posted in Scrittura
Lo spazio intrigante sollecita la posa della scrittura qualsiasi essa sia: di memoria, di noia, di ripetizione, di scocciamento quotidiano o di solitudine. Questa volta l’arte non c’entra o almeno suppongo che non ne faccia parte… forse, ma non si sa mai, può darsi la frequenza più che quotidiana – notturna – sia oramai insita del tutto involontariamente nel contesto. Posa della scrittura come fosse la posa della prima pietra e infatti è così, tanto risulta pesante apporvela. L’incertezza la fa da padrona, solo una cosa è certa o una circostanza: nella scrittura è oltremodo difficile avvalersi degli effetti speciali. Talvolta ci ho provato… saltando conseguenze logiche, provando con parolacce, con bestialità varie, eccetera eccetera, ma tutto inutile: gli effetti speciali non si sono mai materializzati.
Colpi di scena permettendo, saltellando nella mente, come al solito, da un argomento all’altro, oziando sulla virgola quando va proprio male e sulla sillaba quando va un po’ meglio, passo il tempo affrontando, stesa a mo’ di sogliola, i secondi, i minuti e le ore. Anche i giorni trascorrono in bianco e nero, bianco il fondo del monitor, nero le battute su di esso; quale argomento affrontare, cosa dire, balbettare, battere sulla tastiera. Il balbettio mi è molto familiare, ci ho convissuto per buona parte della mia infanzia e della mia gioventù, quasi fino alla soglia della maturità, con risvegli inaspettati anche in età più avanzata. Fino a un giorno che, inaspettatamente, sono passata in un’altra dimensione, questa volta con tutti gli effetti speciali del caso (ma che restano inevitabilmente relegati alle sensazioni della scrivente).
“Una grande luminosità mi abbaglia la visione cosicché vedo poco, tutto sfocato, le rare ombre sono immensi buchi neri e come mi avvicino perdo l’equilibrio, cado nel vuoto. Una caduta lunga, precipitosa, violenta, avvolgente, paragonabile alla filettatura della vite che s’impernia frenetica nel ferro facendo scintille per la difficoltà di intrusione e che si arresta all’improvviso su una rete di filo spinato: come uccellini allo spiedo ci sono, infilzati, miriadi di esseri non facilmente riconoscibili. Potrebbero fare parte del mondo della fauna ma anche della flora sembrando mischiati sia nei colori che nelle forme, evidenziano peduncoli e più che evidenti pupille, glutei rosei e pelame fulvo, branchie verdognole estese enormemente, allargate come ventose il tutto distorto e contratto negli ultimi spasimi della sua esistenza. La sensazione è di essere sopra a un materiale molliccio, umido, scivoloso; il filo spinato non mi ferisce essendone del tutto ricoperto”.
Mancano i suoni, nessun rumore, né fruscio, né scialacquio, né scalpiccio, eppure avrei dovuto sentire o almeno mi sarei aspettata di sentire gemiti, rantoli… niente. Sottovuoto, sottovoce?

L’arte che va in cerca dell’artista che va in cerca dell’arte, è una frase di Tagore ma forse parlava di un flauto per di più dolce…
Affrontare l’opera dopo averla pensata, ripensata, meditata, cancellata; ricostruita nella forma, nel contenuto o nella completa realizzazione del manufatto? Tentare una parafrasi per recodificare il ricordo? O, come Victor Hugo, immersa nella meditazione dentro il mio studio, viene a disturbarmi il suono delle campane di Santa Croce; apro la finestra e osservo la cattedrale stagliata come un’enorme sfinge nel mezzo della città e dico “Ceci tuera cela”: il tutto mi distrugge i riposti luoghi della memoria. Devo cominciare daccàpo.
Sto facendo mente locale nello spazio che mi divide dal resto della città: bellissime scale di pietra lucida (che cera usa il portiere?), un andito con porte di legno antiche, fregi, lesene e riquadri assai signorili, portone d’ingresso in stile ‘600 sempre brillante di cera e, nella parte di ottone in basso, il luccichio della costante ripulitura per eventuale sporco lasciato dai numerosissimi turisti che transitano nella via adiacente alla piazza, una delle più celebrate d’Italia. Turisti con il naso all’insù, ebeti e flashanti, sciamannati e indiavolati, fagocitatori di pizzacce e di birracce! E fra loro svolazzano piccioni, pieni di zecche, voraci di briciole putride. Qui l’umanità si mostra nel suo lato orribile e consumistico, non voglio averci niente a che fare; quando esco monto svelta in sella alla mia bicicletta cercando di stornare lo sguardo dalla folla infausta. L’opera l’ho lasciata in fieri: riprenderò il lavoro la prossima mattina.
Il mattinale è iniziato. Continuo l’opera con rinnovata hybris e con rinnovato furor, rinnovato o ritrovato è lo stesso. Si profila una grande macchia sulla tela, il grumo della stessa che andrà a condensare la poesia visiva, si spande sullo sfondo giallo carico, bello, caldo ed evocativo. Le parole fanno a fatica capolino fra le fitte pieghe, non si capisce altro che qualche sillaba… in qua e in là affioranti nell’ambiguità voluta del messaggio: il fruitore è spiazzato ma si rifà amorevolmente a solleciti di cultura informale. Capisce… capisce, insomma crede di capire!
Andare contro allo stanco conformismo, buttare un sasso abbastanza consistente nello stagno, cercare sempre di stupefare, d’indignare, di scrollare o più modestamente di far soffermare lo sguardo. Tutta la mia opera tende a frantumare i riferimenti culturali finora comunemente adoperati; sono, per prima, talvolta stupita dell’irregolarità del mio lavoro e del coraggio che mi diventa sempre più congeniale. Oso osare. Io oso, tu osi , egli osa, noi osiamo, voi osate, essi osano.
Firenze, settembre 2013
© Riproduzione riservata
10 mercoledì Giu 2020
Posted in Eventi
Tag
Arte Contemporanea, Contemporary Art, Eugenio Miccini, Giuseppe Chiari, Herman Damen, Jean-François Bory, Julien Blaine, Karel Trinkewitz, Lamberto Pignotti, Luc Fierens, Lucia Marcucci, Margot Modonesi, Michele Perfetti, Mirella Bentivoglio, Poesia Visiva, Sarenco, Ugo Carrega, Visual Poetry
La Fondazione Berardelli apre al pubblico la mostra collettiva La poesia visiva come arte plurisensoriale nell’ambito della ricerca sulle Pratiche sinestetiche, progetto a puntate ideato dal maestro Lamberto Pignotti e curato da Margot Modonesi.
Il lavoro vuole indagare i nessi multisensoriali, le contaminazioni e l’ibridismo che si manifestano nelle opere di poesia visiva attraverso una serie di esposizioni e una collana di cataloghi che facciano luce apertis verbis su questi fenomeni.
La Fondazione Berardelli custodisce un’ampia collezione di opere di poesia visiva — esposte e pubblicate a partire dal 2007 — e con quest’ultima iniziativa intende espressamente svelare alcuni caratteri peculiari e latenti delle opere apparse sui volumi passati. Uno sguardo alternativo rivolto ad una parte di esperienze artistiche, relativamente recenti, ri-considerandole e ri-attraversandole dal punto di vista della sinestesia.
L’esposizione prevede la presenza di opere degli artisti: Fernando Aguiar, Mirella Bentivoglio, Julien Blaine, Jean-François Bory, Joan Brossa, Ugo Carrega, Giuseppe Chiari, Hans Clavin, Herman Damen, Luc Fierens, Giovanni Fontana, Claudio Francia, Ilse Garnier, Pierre Garnier, Arrigo Lora Totino, Lucia Marcucci, Eugenio Miccini, Michele Perfetti, Lamberto Pignotti, Sarenco, Karel Trinkewitz, Ben Vautier, Franco Verdi.
Il catalogo, così come l’esposizione, saranno allestiti secondo i legami più evidenti fruibili in una serie di opere incasellandone le relazioni in spazi e capitoli: una scelta organizzativa non in linea con il significato dell’indagine — considerando che la ricerca illumina le contaminazioni sensoriali —, ma che viene adottata per palesare al pubblico la suddetta multi-sensorialità in modo trasparente e intuitivo.
Il progetto, concepito con Lamberto Pignotti, darà vita ad una serie di mostre che, dopo la prima inaugurale che riunirà tutti i sensi, nello specifico analizzino le interrelazioni esistenti tra: vista e udito, vista e olfatto, vista e gusto e infine vista e tatto. Il lavoro espositivo e scritturale — a puntate — vuole fornire strumenti altri per l’analisi di questioni che sono sì appartenenti al mondo dell’arte e della letteratura, ma che si estendono anche al più ampio universo della semiotica, delle comunicazioni e delle neuroscienze.

Brescia, 03 giugno — 31 luglio 2020
06 sabato Giu 2020
Posted in Opere
Braque: datemi il mio blu (1964) | collage su cartoncino | cm 35×30

© Riproduzione riservata
29 venerdì Mag 2020
Posted in Scrittura
Non lontano dalla Cecenia, nelle aride e fredde steppe, un magnifico e grandissimo monumento raffigurante la Falce e il Martello faceva da ingresso al piccolissimo villaggio di casupole rade, diroccate e fredde. Intorno altri palazzi, incredibilmente vuoti a testimoniare l’antico regime tramontato, tantissimi monumenti ai cavalli, ai disastri automobilistici, ai capitani del popolo, agli eroi delle varie resistenze erano lì come sorti dal nulla, come cadaveri putrescenti, nessuno era intorno, nessun turista, nessuno che li curasse; i pochissimi abitanti frettolosi scansavano quei vecchi ruderi, unico rumore lo emanava qualche straccio di plastica sfilacciata che pendeva dalle orbite vuote delle loro finestre sbattuto dal vento costante delle fredde pianure. Stormi di corvi si posavano di volta in volta sulla falce, sul martello, sullo sfasciame di auto erette su piedistalli, sopra i cornicioni dei palazzi in disuso; stranamente evitavano le casupole, unici luoghi abitati. Lo sciamano era ancora il primo della tribù, il medicine-man, riverito e ascoltato come se tutti gli anni della rivoluzione fossero passati sul nulla. Ancora la scala che portava all’arcobaleno, ancora il sonno smembratore, il volo e la reincarnazione, ancora i profumi e le droghe, il fungo obliante e le inumazioni. Il ritorno dall’aldilà veniva festeggiato con il sacrificio di una pecora magrissima da cui colava quel poco sangue che poteva possedere. Un gruppo di donne nude, dai lunghi capelli neri danzavano al vento senza suoni, solo il sibilo del buran che sferzava impudico i loro corpi, l’erba si piegava sotto i loro passi lenti, non mancavano i falchi volteggianti nel cielo grigio. Si poteva prevedere la pioggia, forse avrebbe portato un ristoro per gli sparuti greggi e per tutto quel malandato villaggio, polveroso e maleodorante, risecchito sia negli abitanti, sia nelle architetture e negli incredibili monumenti svolazzanti filaticci di plastica rossa lasciata appiccicata dall’incuria. Un ragazzino con un tatuaggio sulla nuca rapata giocava a calcio: la palla era fatta di stracci legati con un cordame di budella di cavallo, la porta per i suoi gol era l’incavo della grande Falce; non c’era portiere a parare le sue calciate cosicché la vittoria assicurata gli procurava grandissimo piacere che sottolineava con forti grida di giubilo.
© Riproduzione riservata
22 venerdì Mag 2020
Posted in Opere
Da poco è cessato di piovere (1981) | pennarello e tempera su cartoncino | cm 35×24

© Riproduzione riservata
16 sabato Mag 2020
Posted in Scrittura
In tempi mediamente recenti, in un villaggio kirghiso, si erano materializzati fenomeni tuttora studiati ma tuttora non risolti: dall’unica fontana del piccolissimo villaggio scaturiva un’acqua piena di pagliuzze d’oro e da un albero fiorivano conchiglie che producevano grappoli di perle. I pochi abitanti, stupiti non sapevano che farsene, l’acqua sembrava imbevibile, specie per darla alle pecore e ai maiali, le perle durissime, potevano scardinare i radi denti che ognuno di loro ancora aveva. Lo sciamano prometteva il paradiso in terra a chi avesse mangiato quei frutti e il paradiso in cielo a chi avesse bevuto di quell’acqua ma stranamente nessuno gli credeva: preferivano morire di sete e di fame senza nessuna ricompensa. Un giorno arrivò una troupe di turisti con a capo un imprenditore americano che avrebbe fatto oro anche con gli escrementi, vedendo quei fenomeni così straordinari si entusiasmò e subito ne fece man bassa facendo mettere dai suoi scagnozzi in milioni di bottiglie di plastica l’acqua e in altrettanti contenitori i grappoli di perle. Al villaggio kirghiso niente restò neanche le promesse dello sciamano, l’americano aveva portato via tutto perfino il paradiso terreno e quello ultraterreno e in ciò furono fortunati perché non c’è peggior pericolo al mondo delle promesse non mantenute. Lo sciamano continuò a promettere ma oramai non aveva più merce di scambio altro che l’improbabilità di un futuro escatologico.
© Riproduzione riservata
16 sabato Mag 2020
Posted in Opere
Forzati (1965) | pennarello su cartello stradale | cm 75×75

© Riproduzione riservata
30 giovedì Apr 2020
Posted in Scrittura
Un’altra volta c’era un Uomo che non sapeva come riempire il suo ozio altro che con qualche viaggio ai confini delle sue terre che, in quanto ricchissimo, erano di notevolissime estensioni. Verificava ansioso se qualcuno avesse messo piede con qualche cosuccia sulla sua terra e se ciò accadeva anche trovando un barattolo vuoto di Coca-Cola o un mezzo cono di gelato smangiucchiato se ne andava su tutte le furie e si mangiava il fegato dalla rabbia. Non pensava che a questo, tutta la sua ricchezza non gli era di conforto: era aspro con la moglie, con i figli e con tutti quelli che lo circondavano; il disgraziato rischiava di morire di cirrosi o di cancro ma continuava imperterrito nella sua lucida follia. Viveva in un universo parallelo confidante nella resurrezione e nel punto Omega, fedele alla fisica moderna, ai limiti dell’improbabile, certo dell’eterno ritorno e del superuomo Übermensch. Ma il suo fegato si ribellava alla ragione e continuava a soffrire le piccole asperità quotidiane, meschine e incolte. I confini del suo immenso territorio dall’Arabia Saudita a New Orleans, dal Laos alla Grande Muraglia cinese erano continuamente violati da una società primitiva: il mito greco di Sisifo lo tormentava, ogni violazione corretta veniva subito di nuovo ripetuta e così all’infinito. Un giorno incontrò un omino tutto raggrinzito dal sole che cantando calpestava la terra verboten; per un po’ stupito dal gorgheggio, lo lasciò fare, anzi si mise a sedere su un masso a guardarlo e ascoltarlo: l’omino cantava l’amore, le dolcezze della vita, il flebile pianto di suo figlio e gli occhi azzurri della sua compagna. A queste cose il Ricco mai aveva dato importanza, mai si sarebbe sognato di notarle, di farle memorizzare dalla sua mente o ancora peggio, riporle nel suo cuore. Continuò a essere incantato da quella voce, piano piano s’incurvò, cadde dal masso, si arrotolò come un serpente e spirò sul limitare dei suoi confini.
© Riproduzione riservata
29 mercoledì Apr 2020
Posted in Opere
Sex (2010) | acrilici su tela stampata | cm 160×120

© Riproduzione riservata