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LUCIA MARCUCCI

LUCIA MARCUCCI

Archivi della categoria: Scrittura

IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 9

25 sabato Lug 2020

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

I sentieri stretti, impervi, da una parte l’abisso, dall’altra la parete a sesto grado: la spedizione procedeva lentamente anche perché il carico, composto soprattutto da televisori, telefoni cellulari e da computer dell’ultima generazione, era assai prezioso e doveva arrivare più presto possibile e perfettamente intatto nel villaggio di Shangri-La. Erano stati acquistati dalla ditta più all’avanguardia nella tecnologia delle comunicazioni la Microsoft Corporation, i computer erano quasi tutti portatili e con teleregistratore, alcuni cellulari anche satellitari. Gli abitanti del piccolissimo paese stavano aspettando con ansia quel desiderato carico, avevano già fatto installare moltissime antenne sulle alte montagne che circondavano il loro borgo e si preparavano a comunicare ventiquattr’ore su ventiquattro con il resto del mondo: avevano un arretrato di secoli, l’isolamento e il paradiso di una cultura incontaminata era venuta a noia a tutti costoro, avevano una gran voglia di notizie, di immagini pubblicitarie, di serial, di telenovele, di documentari su animali esotici, di visioni di guerra, di morti ammazzati, di sangue e di pattumiere. Volevano rinnovare anche il sesso che era a loro parere oramai obsoleto cosicché aspettavano anche filmini porno da immettere nei registratori per guardarli, studiarli e possibilmente imitarli. La spedizione procedeva lentamente ma inesorabilmente. Era giunta in vista del Villaggio Paradiso, ancora doveva passare uno stretto pertugio: al di là la strada diveniva più agevole e in una mezz’ora sarebbe arrivata alla meta. Sfortunatamente un improvviso turbine di neve investì e scaraventò tutta la spedizione con il suo carico giù nei dirupi della montagna. Il Paradiso, nonostante la delusione degli abitanti, fu salvo!

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 8

11 sabato Lug 2020

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Città del Messico ore dieci di martedì tredici dicembre duemilaquattro. L’altitudine favoriva il clima temperato quasi fresco, come d’autunno inoltrato a Basilea. Ma quel giorno tredici avrebbe scandito un fatto determinante nella storia mondiale, anzi globale: un gruppo di scienziati annunciò di avere scoperto il vero, controllabilissimo antidoto nonché vaccino per il tumore, qualsiasi specie di tumore, dal melanoma all’epitelioma, dal sarcoma al carcinoma per passare rapidamente alle metastasi, al proliferamento dei linfonodi e così via. I test erano stati sperimentati sugli abitanti delle bidonville, preferibilmente sui bambini che, essendo più vulnerabili e meno contaminati da altri fattori inquinanti, promettevano che i risultati delle sperimentazioni fossero in massima parte più attendibili e, anzi, sicuramente certi. La notizia fece rapidissimamente il giro del mondo, via internet c’erano anche le immagini dei test sulle cavie umane con dovizia di particolari e di visioni al microscopio nucleare. Piuttosto impressionanti ma tuttavia inconfutabili. Gli scienziati indirono un convegno nell’albergo Hilton della stessa città; vi parteciparono innumerevoli grandi cervelli della medicina internazionale, nonché alcuni Nobel; il dibattito continuò, piuttosto acceso, per due settimane, i risultati furono di grande soddisfazione e di plauso da tutte le parti, i pochi avversari furono zittiti e convinti attraverso le prove che non potevano essere che positive. Le piume di alcuni medicine-man si staccarono da sole e cominciarono il loro volo elicoidale su su, verso l’arcobaleno.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 7

27 sabato Giu 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

In Patagonia i paesaggi sono incredibilmente atipici, le colline sono viola, i monti gialli e bianchi si stagliano su un cielo verde con striature rosso fuoco, i laghi neri riflettono le nubi tempestose che si protendono verso l’acqua come volessero precipitarsi compatte in violento uragano, le rive, di rocce bianchissime molto frastagliate e con pochi arbusti che lambiscono quelle nere voragini liquide, formano visioni aeree stranissime: somigliano a occhi allucinati spalancati verso il cielo chiedenti soccorso. L’elicottero percorreva lento e basso per favorire la ripresa alla telecamera della magnifica, straordinaria panoramica, i quattro passeggeri incantati guardavano anche i magnifici voli di corvi che a stormi si gettavano dalle leggere alture per planare stridenti sulle limpide acque nere e traslucide. Nulla sembrava naturale, l’originalità dei luoghi poteva essere stata creata e strutturata da un artista veramente immaginifico: i colori molto contrastanti, violenti, dai neri ai viola, rosso fuoco, verdi iridescenti, bianchi calce abbagliavano gli occhi anticipando una furiosa sindrome di Stendhal. Quasi un museo di una natura viva composta da un demiurgo impazzito. I rotori giravano portando il velivolo verso i picchi delle montagne, passando per delle gole stupende dove gli uccelli nidificavano ai bordi delle rupi a strapiombo, il rumore del motore era sovrastato dalle grida altissime di miriadi di volatili d’infinite specie diverse: il pericolo era la possibilità che gli stormi finissero fra le pale rotanti. Più in alto gli uccelli si diradavano ma incombevano le nubi che stazionavano sulle altissime vette, funghi grigi sulle nevi perenni. L’elicottero, nel suo viaggio di ricognizione, doveva superare quelle cime per arrivare alla Terra del Fuoco e al mare dell’Antartide: il documentario era atteso per le ventidue del giorno dopo. Capo Horn era lì sempre turbolento e infernale (quanti relitti nelle sue profondità sbattuti come in un frullatore); il fine delle riprese era proprio il promontorio della Solitudine. La redazione aspettò fino alle ventidue e trenta del giorno fissato dopodiché fu mandato in onda un documentario sulla partita di calcio Barcellona – Real Madrid.

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IL FOGLIO BIANCO (Oltre la parola)

13 sabato Giu 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Lo spazio intrigante sollecita la posa della scrittura qualsiasi essa sia: di memoria, di noia, di ripetizione, di scocciamento quotidiano o di solitudine. Questa volta l’arte non c’entra o almeno suppongo che non ne faccia parte… forse, ma non si sa mai, può darsi la frequenza più che quotidiana – notturna – sia oramai insita del tutto involontariamente nel contesto. Posa della scrittura come fosse la posa della prima pietra e infatti è così, tanto risulta pesante apporvela. L’incertezza la fa da padrona, solo una cosa è certa o una circostanza: nella scrittura è oltremodo difficile avvalersi degli effetti speciali. Talvolta ci ho provato… saltando conseguenze logiche, provando con parolacce, con bestialità varie, eccetera eccetera, ma tutto inutile: gli effetti speciali non si sono mai materializzati.

Colpi di scena permettendo, saltellando nella mente, come al solito, da un argomento all’altro, oziando sulla virgola quando va proprio male e sulla sillaba quando va un po’ meglio, passo il tempo affrontando, stesa a mo’ di sogliola, i secondi, i minuti e le ore. Anche i giorni trascorrono in bianco e nero, bianco il fondo del monitor, nero le battute su di esso; quale argomento affrontare, cosa dire, balbettare, battere sulla tastiera. Il balbettio mi è molto familiare, ci ho convissuto per buona parte della mia infanzia e della mia gioventù, quasi fino alla soglia della maturità, con risvegli inaspettati anche in età più avanzata. Fino a un giorno che, inaspettatamente, sono passata in un’altra dimensione, questa volta con tutti gli effetti speciali del caso (ma che restano inevitabilmente relegati alle sensazioni della scrivente).

“Una grande luminosità mi abbaglia la visione cosicché vedo poco, tutto sfocato, le rare ombre sono immensi buchi neri e come mi avvicino perdo l’equilibrio, cado nel vuoto. Una caduta lunga, precipitosa, violenta, avvolgente, paragonabile alla filettatura della vite che s’impernia frenetica nel ferro facendo scintille per la difficoltà di intrusione e che si arresta all’improvviso su una rete di filo spinato: come uccellini allo spiedo ci sono, infilzati, miriadi di esseri non facilmente riconoscibili. Potrebbero fare parte del mondo della fauna ma anche della flora sembrando mischiati sia nei colori che nelle forme, evidenziano peduncoli e più che evidenti pupille, glutei rosei e pelame fulvo, branchie verdognole estese enormemente, allargate come ventose il tutto distorto e contratto negli ultimi spasimi della sua esistenza. La sensazione è di essere sopra a un materiale molliccio, umido, scivoloso; il filo spinato non mi ferisce essendone del tutto ricoperto”.

Mancano i suoni, nessun rumore, né fruscio, né scialacquio, né scalpiccio, eppure avrei dovuto sentire o almeno mi sarei aspettata di sentire gemiti, rantoli… niente. Sottovuoto, sottovoce?

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Lucia Marcucci (1972)

L’arte che va in cerca dell’artista che va in cerca dell’arte, è una frase di Tagore ma forse parlava di un flauto per di più dolce…

Affrontare l’opera dopo averla pensata, ripensata, meditata, cancellata; ricostruita nella forma, nel contenuto o nella completa realizzazione del manufatto? Tentare una parafrasi per recodificare il ricordo? O, come Victor Hugo, immersa nella meditazione dentro il mio studio, viene a disturbarmi il suono delle campane di Santa Croce; apro la finestra e osservo la cattedrale stagliata come un’enorme sfinge nel mezzo della città e dico “Ceci tuera cela”: il tutto mi distrugge i riposti luoghi della memoria. Devo cominciare daccàpo.

Sto facendo mente locale nello spazio che mi divide dal resto della città: bellissime scale di pietra lucida (che cera usa il portiere?), un andito con porte di legno antiche, fregi, lesene e riquadri assai signorili, portone d’ingresso in stile ‘600 sempre brillante di cera e, nella parte di ottone in basso, il luccichio della costante ripulitura per eventuale sporco lasciato dai numerosissimi turisti che transitano nella via adiacente alla piazza, una delle più celebrate d’Italia. Turisti con il naso all’insù, ebeti e flashanti, sciamannati e indiavolati, fagocitatori di pizzacce e di birracce! E fra loro svolazzano piccioni, pieni di zecche, voraci di briciole putride. Qui l’umanità si mostra nel suo lato orribile e consumistico, non voglio averci niente a che fare; quando esco monto svelta in sella alla mia bicicletta cercando di stornare lo sguardo dalla folla infausta. L’opera l’ho lasciata in fieri: riprenderò il lavoro la prossima mattina.

Il mattinale è iniziato. Continuo l’opera con rinnovata hybris e con rinnovato furor, rinnovato o ritrovato è lo stesso. Si profila una grande macchia sulla tela, il grumo della stessa che andrà a condensare la poesia visiva, si spande sullo sfondo giallo carico, bello, caldo ed evocativo. Le parole fanno a fatica capolino fra le fitte pieghe, non si capisce altro che qualche sillaba… in qua e in là affioranti nell’ambiguità voluta del messaggio: il fruitore è spiazzato ma si rifà amorevolmente a solleciti di cultura informale. Capisce… capisce, insomma crede di capire!

Andare contro allo stanco conformismo, buttare un sasso abbastanza consistente nello stagno, cercare sempre di stupefare, d’indignare, di scrollare o più modestamente di far soffermare lo sguardo. Tutta la mia opera tende a frantumare i riferimenti culturali finora comunemente adoperati; sono, per prima, talvolta stupita dell’irregolarità del mio lavoro e del coraggio che mi diventa sempre più congeniale. Oso osare. Io oso, tu osi , egli osa, noi osiamo, voi osate, essi osano.

Firenze, settembre 2013

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 6

29 venerdì Mag 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Non lontano dalla Cecenia, nelle aride e fredde steppe, un magnifico e grandissimo monumento raffigurante la Falce e il Martello faceva da ingresso al piccolissimo villaggio di casupole rade, diroccate e fredde. Intorno altri palazzi, incredibilmente vuoti a testimoniare l’antico regime tramontato, tantissimi monumenti ai cavalli, ai disastri automobilistici, ai capitani del popolo, agli eroi delle varie resistenze erano lì come sorti dal nulla, come cadaveri putrescenti, nessuno era intorno, nessun turista, nessuno che li curasse; i pochissimi abitanti frettolosi scansavano quei vecchi ruderi, unico rumore lo emanava qualche straccio di plastica sfilacciata che pendeva dalle orbite vuote delle loro finestre sbattuto dal vento costante delle fredde pianure. Stormi di corvi si posavano di volta in volta sulla falce, sul martello, sullo sfasciame di auto erette su piedistalli, sopra i cornicioni dei palazzi in disuso; stranamente evitavano le casupole, unici luoghi abitati. Lo sciamano era ancora il primo della tribù, il medicine-man, riverito e ascoltato come se tutti gli anni della rivoluzione fossero passati sul nulla. Ancora la scala che portava all’arcobaleno, ancora il sonno smembratore, il volo e la reincarnazione, ancora i profumi e le droghe, il fungo obliante e le inumazioni. Il ritorno dall’aldilà veniva festeggiato con il sacrificio di una pecora magrissima da cui colava quel poco sangue che poteva possedere. Un gruppo di donne nude, dai lunghi capelli neri danzavano al vento senza suoni, solo il sibilo del buran che sferzava impudico i loro corpi, l’erba si piegava sotto i loro passi lenti, non mancavano i falchi volteggianti nel cielo grigio. Si poteva prevedere la pioggia, forse avrebbe portato un ristoro per gli sparuti greggi e per tutto quel malandato villaggio, polveroso e maleodorante, risecchito sia negli abitanti, sia nelle architetture e negli incredibili monumenti svolazzanti filaticci di plastica rossa lasciata appiccicata dall’incuria. Un ragazzino con un tatuaggio sulla nuca rapata giocava a calcio: la palla era fatta di stracci legati con un cordame di budella di cavallo, la porta per i suoi gol era l’incavo della grande Falce; non c’era portiere a parare le sue calciate cosicché la vittoria assicurata gli procurava grandissimo piacere che sottolineava con forti grida di giubilo.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 5

16 sabato Mag 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

In tempi mediamente recenti, in un villaggio kirghiso, si erano materializzati fenomeni tuttora studiati ma tuttora non risolti: dall’unica fontana del piccolissimo villaggio scaturiva un’acqua piena di pagliuzze d’oro e da un albero fiorivano conchiglie che producevano grappoli di perle. I pochi abitanti, stupiti non sapevano che farsene, l’acqua sembrava imbevibile, specie per darla alle pecore e ai maiali, le perle durissime, potevano scardinare i radi denti che ognuno di loro ancora aveva. Lo sciamano prometteva il paradiso in terra a chi avesse mangiato quei frutti e il paradiso in cielo a chi avesse bevuto di quell’acqua ma stranamente nessuno gli credeva: preferivano morire di sete e di fame senza nessuna ricompensa. Un giorno arrivò una troupe di turisti con a capo un imprenditore americano che avrebbe fatto oro anche con gli escrementi, vedendo quei fenomeni così straordinari si entusiasmò e subito ne fece man bassa facendo mettere dai suoi scagnozzi in milioni di bottiglie di plastica l’acqua e in altrettanti contenitori i grappoli di perle. Al villaggio kirghiso niente restò neanche le promesse dello sciamano, l’americano aveva portato via tutto perfino il paradiso terreno e quello ultraterreno e in ciò furono fortunati perché non c’è peggior pericolo al mondo delle promesse non mantenute. Lo sciamano continuò a promettere ma oramai non aveva più merce di scambio altro che l’improbabilità di un futuro escatologico.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 4

30 giovedì Apr 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Un’altra volta c’era un Uomo che non sapeva come riempire il suo ozio altro che con qualche viaggio ai confini delle sue terre che, in quanto ricchissimo, erano di notevolissime estensioni. Verificava ansioso se qualcuno avesse messo piede con qualche cosuccia sulla sua terra e se ciò accadeva anche trovando un barattolo vuoto di Coca-Cola o un mezzo cono di gelato smangiucchiato se ne andava su tutte le furie e si mangiava il fegato dalla rabbia. Non pensava che a questo, tutta la sua ricchezza non gli era di conforto: era aspro con la moglie, con i figli e con tutti quelli che lo circondavano; il disgraziato rischiava di morire di cirrosi o di cancro ma continuava imperterrito nella sua lucida follia. Viveva in un universo parallelo confidante nella resurrezione e nel punto Omega, fedele alla fisica moderna, ai limiti dell’improbabile, certo dell’eterno ritorno e del superuomo Übermensch. Ma il suo fegato si ribellava alla ragione e continuava a soffrire le piccole asperità quotidiane, meschine e incolte. I confini del suo immenso territorio dall’Arabia Saudita a New Orleans, dal Laos alla Grande Muraglia cinese erano continuamente violati da una società primitiva: il mito greco di Sisifo lo tormentava, ogni violazione corretta veniva subito di nuovo ripetuta e così all’infinito. Un giorno incontrò un omino tutto raggrinzito dal sole che cantando calpestava la terra verboten; per un po’ stupito dal gorgheggio, lo lasciò fare, anzi si mise a sedere su un masso a guardarlo e ascoltarlo: l’omino cantava l’amore, le dolcezze della vita, il flebile pianto di suo figlio e gli occhi azzurri della sua compagna. A queste cose il Ricco mai aveva dato importanza, mai si sarebbe sognato di notarle, di farle memorizzare dalla sua mente o ancora peggio, riporle nel suo cuore. Continuò a essere incantato da quella voce, piano piano s’incurvò, cadde dal masso, si arrotolò come un serpente e spirò sul limitare dei suoi confini.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 3

10 venerdì Apr 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

C’era una volta un re e una regina e i sudditi soffrivano le pene dell’inferno perché essi erano crudeli e si divertivano a torturarli con le tasse e altri balzelli. Inondavano i computer con milioni di virus e i poveri sudditi stavano ore e ore ogni giorno a cancellare quei microbi infernali: peggio del carbonchio, della peste petecchiale e del colera. Inoltre il tifo faceva strage di diecine di vassalli benestanti che per censo e per abitudine venivano cremati e le loro ceneri, sparse per le colline verdeggianti, concimavano benissimo il terreno per nuove coltivazioni di mais, di soia e di carciofi. Si giravano film sui pinguini innamorati e ne si imponeva la visione per giorni interi da tutti gli schermi che si trovavano sia nelle case sia, enormi e giganteschi, per tutte le strade e le piazze del piccolo regno lacchèstano. Non c’era traccia di spot pubblicitari, nessuno sapeva mai cosa comprare: qual era il prodotto migliore? Ciò metteva in grandissima angoscia il povero popolo che doveva pensare individualmente alla scelta: era il dramma giornaliero. Non soltanto: erano proibiti anche i sogni perché a ogni risveglio i poveretti erano costretti immediatamente a scriverli e inviarli per e-mail solo se avevano sognato in bianco e nero altrimenti venivano decapitati e la loro testa appesa all’arco della porta a esempio per tutti. Vicino alla porta c’era un letto di legno dove ogni sera dovevano accoppiarsi in bella vista e il re o la regina passavano a cavallo sopra una Cadillac e si divertivano a frustare le terga delle coppie nelle varianti delle posizioni studiate dal Kāma Sūtra e perfettamente eseguite. Questo era il compito più difficile sia perché era giornaliero, sia perché le frustate venivano a riaprire le ferite neanche un po’ rimarginate. Nonostante tutte queste angherie mancavano di spirito di ribellione; anzi sembravano quasi felici del loro stato, paghi della sofferenza inflittagli, come fosse un sacrificio per un promesso paradiso futuribile. La ricompensa non era assolutamente adeguata ai patimenti, ma si sa che la fede è irrazionale e inestinguibile, perciò ogni male voluto non è mai troppo.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 2

03 venerdì Apr 2020

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Che meraviglia i suoni, i colori e i nomi dei paesi orientali: Samarcanda e Bukhara, Tashkent, il Kazakhstan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kyrgyzstan… il percorso di Gengis Khan in su e in giù per la steppa a cavallo con gli sciamani e i vocalizzi Tuva. Che ne possiamo fare del fascino francese, Parigi, i castelli della Loira… no è troppo a portata di mano, troppo scontato. Allora vanno bene i sobborghi di Londra, i quartieri del Middle Sex no, anche questi obsoleti percorsi dei turisti con il solito cent al piede. L’America dal nord al sud passando per le Ande e andando un po’ a zig zag, consumando il consumismo anche fra le baracche del Brasile e dell’Argentina. La ex Germania nazista, i campi di concentramento, i forni crematori: anche questi troppo sfruttati, fotografati, rivoltati, storici, antichi, invecchiati. I paesi un po’ pericolosi a rischio di bombe e kamikaze a nolo come il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina, Israele. Più tranquilli i sentierini mai percorsi, tutti verdi, ecologici, intricati di rovi, neanche segnalati dalle comunità montane, con serpentelli innocui o velenosi, ragni, qualche fiera sopravvissuta e orbettini che nessuno sa cosa siano (sauri con le zampette atrofizzate). Il giro del mondo per sentierini e canoe. Ci vuole una vita per farlo e forse non basta: con due reincarnazioni ce la dovremmo fare. Tutti i sentieri del mondo scansando le città, i monumenti, le tracce di civiltà. Utopia utopia, solo utopia. Forse anche noia, la cultura non interessa più. Meglio le drammaticità umane, le contraddizioni, gli scempi, i monumenti innalzati e rovesciati, oggi su domani giù, l’inquinamento, il cemento, lo sventramento delle civiltà… i disastri aerei, il terrorismo, le aggressioni, gli estremismi religiosi, gli scontri etnici, le rivalità fra ricchi e fra poveri, le stragi delle balene e delle foche. E non c’è che l’imbarazzo della scelta. Si può trovare un dio ovunque.

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IN FIERI (Il volo della Sciamana) – 1

29 domenica Mar 2020

Posted by Lucia Marcucci in Scrittura

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Arte Contemporanea, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Scrittura, Visual Poetry

Sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa. L’inizio dell’interminabile è questo, un tantino, solo un tantino spiazzante. Seguiranno itinerari fantastici e no presi direttamente dalle carte geografiche, corredati da incontri e situazioni reali e irreali, tanto chi può andare a controllare? Avvalendosi di cronache e di accadimenti tratti dai soliti giornali, notizie internet, televisive e via dicendo, mescolando e ingarbugliando sempre più i fatti e le informazioni faremo insieme il giro del mondo e il controgiro addolcendo la lettura per chi vuole nomi esotici e sconosciuti, tundre e altopiani, canyon, steppe e sorprese folkloristiche magari corredando il tutto con fotografie manipolate di spaesati indigeni: si può fare di tutto e di più per la gioia dei fruitori. Sulla strada, sull’aereo, per nave, sul cammello, sulla slitta, in treno, a cavallo, sui lama; per precipizi e forre, nevi e ghiacciai, mari in tempesta, triangolo o quadrilatero delle Bermude, fossa delle Filippine, la muraglia cinese, le spiagge alla moda con turisti un cent di dollaro al piede.

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Lucia Marcucci – Poesia Visiva

La mia poetica consiste, attraverso la parola e il segno, nella rielaborazione letteraria e pittorica, ma soprattutto critica, dei mass media (immagini, slogans, linguaggi variamente persuasori e mistificatori del sistema sociale contemporaneo).

My poetics consists, through the word and the sign, in the literary and pictorial, but above all critical, reworking of the mass media (images, slogans, variously persuasive and mystifying languages ​​of the contemporary social system).

Ma poétique consiste, à travers le mot et le signe, dans le remaniement littéraire et pictural, mais surtout critique, des médias de masse (images, slogans, langages diversement persuasifs et mystifiants du système social contemporain).

Meine Poetik besteht mittels Wort und Zeichen aus der literarischen und bildnerischen, vor allem aber kritischen Aufarbeitung der Massenmedien (Bilder, Parolen, unterschiedlich überzeugende und mystifizierende Sprachen des zeitgenössischen Gesellschaftssystems).

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