Fuori dal centro della città, nella prima periferia Leopoldina di Firenze, in primavera e in autunno, dai giardini si sprigiona un intenso profumo di Olea fragrans che invade le strade dalle belle case ottocentesche, solide e severe. E’ un profumo inebriante, caldo, materico che attenua e copre qualsiasi altro odore, penetra in profondità e molto piacevolmente, i sensi. Chi percorre quelle strade sia a piedi sia in bicicletta è inondato dagli effluvi che solleticano le narici e fanno sognare berceaux con bei fiori in quantità; la fioritura autunnale è più sobria di quella primaverile, quasi più raffinata, adatta ai fruitori sofisticati ed esigenti. Esulta ma senza odore, il Cielo stellato, un tipo di Aster meraviglioso che riproduce con le sue infiorescenze, i suoi boccioli e le sue foglie, la volta celeste. La sciamana è stordita dagli impulsi procuratele da tutte queste sollecitazioni; prostrata, si libra stancamente nel suo volo verso il tramonto.
C’è un buco nero nel microcosmo cerebrale che impegna gli scienziati da oltre cinque secoli a cominciare dagli alchimisti e poi, via via, ai super studiosi di oggi, ma ancora non sono arrivati a definirlo; qualcuno ipotizza un rapporto strettissimo con l’universo dove i buchi neri sono individuati come l’implosione di una stella e/o di una galassia. Sarà ma il mio buco nero mi impressiona assai anche se è infinitamente microscopico; forse è la milionesima parte di un nucleo di atomo. Mi impressiona perché nel mio cervello è riprodotto l’universo, le particelle di materia sono fra loro distanti come fra stella e stella, perciò è comprensivo di vari buchi neri. Le galassie mi vanno da un orecchio all’altro, dal naso alla nuca, dalla bocca alla fronte; il tempo, misurato in rapporto al macrocosmo, sarà anch’esso di zero-dieci milionesimi di nani secondi! Che schifo meraviglioso! Non solo il cervello ma tutta la materia di cui siamo composti è così: atomi, nuclei, particelle, neutroni, protoni, ecc. distanze intergalattiche e dio che spazia anche lì. Può darsi che ci siano anche gli arcobaleni e gli sciamani che tentano di andarci sopra con la loro mitica scala.
È forse un caso che in molti paesi ci si ponga contemporaneamente il problema di cambiare i veicoli tradizionali della poesia? Sugli ultimi sviluppi della situazione si organizzano dibattiti e mostre, convegni e tavole rotonde. Nel corso di uno di questi incontri si è chiesto se il fine di queste operazioni di avanguardia fosse per caso il museo: è stato ribattuto che questo non è un problema, o meglio, non è il “vero problema”.
Infatti c’è una viva agitazione in giro, che non fa certamente pensare a quel tipo di collocazione. Anzi l’impostazione del problema si pone proprio all’opposto e cioè la possibile funzionalità dell’arte nell’attuale contesto. E’ ovvio che l’istituzione del museo ne ha deviato, isolando, da più di un secolo, la sua naturale e reale funzione, favorendone semmai la riproducibilità e il consumo a livelli di élite e spostandone il linguaggio referenziale.
Siamo ora di fronte a una vera e propria crisi del sistema che va superata attraverso concrete riforme del settore.
Una delle difficoltà della situazione presente è costituita dalla peculiarità di talune affermazioni e di talune sperimentazioni che possono deviare l’attenzione e spostare il problema verso soluzioni e ricerche convenzionali di analisi linguistica.
Tra gli interessi che alcune avanguardie dimostrano di affrontare sincronicamente, per una non rigida compartimentazione delle discipline estetiche e del linguaggio, mi pare che possa essere considerato più vicino alle attuali esigenze di consumo e di comunicazione il fenomeno della poesia tecnologica.
La Battana, numero 9-10 (1966)
E’ un’operazione di trapianto e come ben sappiamo tali operazioni sono fra le più delicate. Infatti il grande ostacolo in genere è costituito dalla reazione che l’istituzione mette in atto per respingere ogni materia alloctona. Dunque non resterebbe altro che aspettare la naturale assimilazione? Ma c’è una alternativa: rafforzare i piani di rilancio e di potenziamento; da un lato la qualificazione dell’offerta, ossia la capacità di comunicazione attraverso un impegno più vivo e coordinato di tutti gli operatori di poesia, dall’altro il rafforzamento della capacità di competizione sul piano nazionale internazionale mediante azioni propagandistiche.
E anche: visto e considerato che l’arte è sottoposta come ogni altra cosa alle variazioni del mercato e di conseguenza i linguaggi, essendo composti da una pluralità di segni, variano a seconda del plusvalore da essi acquistato in relazione a un certo numero di interpreti, si può considerare che il veicolo capace di assumerne l’esemplificazione deve per forza passare attraverso le forme più significative della civiltà attuale, cioè deve fare i conti con i progressi tecnologici e con tutti i canali della comunicazione di massa.
Saltate le categorie logiche e etiche convenzionali che riflettono la fiducia nell’oggettivo esistere del mondo, della sua conoscibilità, nel sicuro esigere un ordinamento morale e sociale, l’ultimo atto di affermazione possibile non è che un sistema di linguaggio poetico, dove si realizzi senza residui l’esperimento e giunga a capovolgersi, quindi a esemplificarsi, il senso generale, paradossale del vivere umano.
Ora una particolarità di queste operazioni sta nella minuziosità dell’osservazione, da parte del poeta, delle vicende tecniche, da trattato specializzato, che non può essere tacciata di “deviazione professionale” ma semplicemente di accorgimento agli eventi.
E’ prevedibile infatti che l’esponibilità di un’opera d’arte venga sempre più ridotta se non continuamente aggiornata alle possibilità tecnologiche in divenire. E, se l’arte è scandalo, non è da poco scandalizzare oggi il fruitore!
Se la libertà dell’uomo è nel possesso dei mezzi produttivi, la libertà del poeta è nel possesso degli stessi mezzi relazionati.
Il contrasto tra le scienze è diventato l’argomento di fondo della nostra cultura, ma è forse un contrasto tra la conservazione e il progresso?
Un modo soggettivo di vedere le cose e la trascuratezza per la scienza e la tecnologia: è il paraocchi di molti di noi.
Il tempo scorre inesorabile, i detriti della materia in disfacimento si accumulano ai margini per poi sprofondare piano, pressati dal loro stesso peso. Il Borgo presto sparirà e le sue macerie saranno ricoperte dalla vegetazione: il ciclo della sua vita è finito, la terra se lo riprenderà teneramente. Anni addietro fu pieno di vita e di avvenimenti: pochissimi abitanti ma agguerriti e pieni di temperamento si combattevano fra loro con inventiva e qualcuno anche con spiccato senso dell’umorismo. Erano di provenienza eterogenea: inglesi, australiani, svizzeri, americani, italiani di varie città, dieci locali e gatti, cani, gallinacei, maiali, i conigli venivano acquistati nei dintorni… Avevano un’associazione “Amici di C. di F.“ che era il focolaio di tutte le battaglie. Anche i pochi che ne erano fuori, altrettanto pugnaci, avevano il loro bel d’affare nel tenere le fila degli spargimenti di materiale cartaceo giudiziario. L’attenzione, sempre vigile, risultava di un interesse unico, capace di divertire il pubblico abituato a una grande città e più smaliziato: in quel luogo super felice gli accadimenti erano talmente concentrati, stupefacenti e umanamente meschini da deliziare i palati più raffinati. L’infanzia si protraeva fino all’età di mezzo e oltre; padri, madri e nonni la facevano perennemente da patriarchi, giungendo spesso ai cent’anni. Alcuni figli più implumi degli altri si disperavano alle frequenti lacrime delle madri rimaste vedove e a loro volta orfane, il tutto condito da risentimenti alternati con lugubri ritrosità e scoppi d’ira. Si sapeva tutto di tutti, la commedia infinita era spassosa e ricca di colpi di scena. Il quieto vivere bandito: si scendeva in blocco nell’arena della vita… piccola, piccola ma estremamente avvincente.
Nel racconto spesso si cela il rifugio del vagabondare in cretini aforismi e sentenze mascherate da ironia banale. Come ci caschiamo non c’è detto, ci caschiamo, ed è tutto qui. Se non indulgi nella narrativa, gira e rigira non sai come cavartene, è un grosso guaio: difficile uscirne. Il serpente si morde la coda; spesso e volentieri, la contraddizione è perennemente dietro l’angolo (che noia quest’angolo). Quale sotterfugio lo scribacchino può escogitare? Stare senza scrivere: banale! Oppure scrivere e subito cancellare. La narrativa notturna prevale per ore ma svanisce al far del giorno. In poche righe è citato due volte il serpente, l’ironia, il banale, l’angolo: perché mai? La stasi è palude e sabbia mobile, è come affondare piano piano, con tutta la consapevolezza del non ritorno.
La banalità della frase “il rumore del silenzio” è quasi lapalissiana ma calza a pennello quando riesci a uscire da un incessante strepitio e sprofondi nella più assoluta calma e assenza di suoni. Magicamente un sottofondo leggero di vibrazioni solletica l’udito, ali di farfalle sonore recitano frasi colorate, il pulviscolo delicato di microscopici peletti pizzica nei lobi tesi all’ascolto. Si sente una frase: l’intuizione è il seme, la pianta è il regalo del destino. C’è molta retorica, anche presunzione… ma pensando e ripensando ciò è quasi una preveggenza, con un po’ di umorismo si passa ad altro e il gioco è fatto. Nella totale assenza di suoni il colore del cielo può diventare grigio, i boschi sono plumbei e il vento non spira. Riprende l’incalzante brusio della folla, il rumore si fa assordante; ora la nave potrebbe salpare piena di matti e andare alla deriva accompagnata da grida sempre più alte, stridule, insopportabili. La ricchezza interiore è solitudine gioiosa, in completo abbandono l’estasi è consuetudine. Bisogna però capire se non è solo sentimento consolatorio, molto spesso privo d’ironia, il sorriso è forzato, le idee si rincorrono in ouroboros e allora è solo caos. Il privato è depressione, non ci sono alibi. L’isolamento non è solo mentale, la fisicità è dietro l’angolo… Non ci rimane altro che il rifugio nella Terra del Fuoco: Erik il Rosso o Pigafetta?
Il sesso è tutto o non è tutto? Meta dell’età puberale poi metà del tempo vissuto. Ogni notte e ogni giorno miliardi di coppie scopano, omosessuali compresi. Il movimento è assicurato: Shiva vincente balla perennemente. Come l’universo niente è immobile, il TUTTO freme e vortica senza requie, la vita e la morte sono in divenire. La morte è anch’essa un moto frenetico. L’ala della farfalla muove un vento che diventa impetuoso a distanza , il soffio della vita è turbine continuo. Un artista del Kazakistan ha filmato il vento in un video straordinario: donne nude sono percorse incessantemente dal freddo sospiro della steppa; tengono nelle mani, sacralmente, crani scarnificati e i loro capelli le avvolgono in spire; nello sfondo strane tombe che mimano pericolanti castelli medievali irti di merlature. Zoccoli di cavalli sono resti di laute cene, messi in quattro su piedistalli sembra che ancora scalpitino. Lo stallone è salvato per la riproduzione e fornica da mattina a sera. Il grosso pene entra e esce dalla giumenta di turno, incessantemente, fra nitriti e getti di sperma e di urina. Nulla è stasi, può essere una sensazione momentanea ma subito si annulla; quasi un’ossessione tutto gira intorno a noi e in noi, il moto perpetuo diventa pazzia, la visione del sesso in perenne movimento eccita e, nello stesso tempo, abolisce il desiderio. Il cervello diviene un masso erratico, più niente lo ferma, all’infinito vaga; la calma scompare.
Ai vertici del potere i giochi vengono fatti, tanti, tantissimi e in segreto… finché dura! Cambiano gli uomini ma il sistema è sempre lo stesso, se è marcio così continua all’infinito, nessuno si dà la briga di cambiarlo, sarebbe troppo rischio anche per il più coraggioso! La domanda che possiamo porci è questa: “Dove potremmo trovare la bacchetta fatata tale da dare a tutti una vita soddisfacente e fare piazza pulita di tutti gli inganni, di tutti i sotterfugi, di tutte le connivenze malverse?” Forse su un altro pianeta. Che stupidaggine! L’illusione è enorme. Eppure ci dovrebbe essere il modo di educare sveltamente (non c’è più tempo) gli umani a fare tutti il proprio dovere. Il delitto è odierno e reiterato, delitto su qualsiasi fronte, su qualsiasi cosa grande e piccola, su qualsiasi persona. Si pena a concepire ma così è ed è terrificante. Ci vuole forse un dittatore a livello mondiale con uno straordinario esercito di robot programmati all’onestà e alla giustizia? Il genere umano soccomberebbe tutto. Che stupidaggine! No, non può essere perfetto, la perfezione è gelida, monotona, uniforme: tutto sarebbe terribilmente scontato, banale, programmato. Il bello viene dalla contraddizione, dalla suspense, dall’imprevisto, dalla disperazione e dalla voglia di riscatto. Dall’abisso risalire con fatica, è in ciò la scala dello sciamano, l’arcobaleno da raggiungere, il sub-limen come fine ultimo. O l’abisso come suicidio.
Il carisma è evidentemente maschile: l’aspetto fisico imponente completo di corpulenza e di barba fluente, i capelli lunghi, il ghigno serio, mai un sorriso ma solo tenebre e tragedia, l’umor nero proclamato con ogni gesto, gesto lento e teatrale, le parole parche, dette con voce profonda; così anche le sciocchezzuole acquistano un loro significato. Tutto ciò è negato alla donna a meno che… Marguerite Yourcenar insegna: lesbica, brutta, corpulenta, orsa. Come comportarsi se ciò non abbiamo? Il cervello scoppia nella cassa bellina che lo contiene, scoppia di rabbia, di ingiustizia conclamata, di pensieri trans ma troppe cose dovrebbero essere mutate: impossibile. Non resta che il volo sciamanico, ogni notte sul manico di scopa. Di giorno la poesia in alternativa: s’intende la poesia visiva! Questa sì che lascia moltissimo spazio, moltissima libertà di movimento, per il poeta visivo (F) tutto ciò che la civiltà dei consumi usa per imbonire il fruitore è buono per rispedirlo al mittente con un sonoro schiaffo. Attraverso questa poetica il cervello della bellina ha scoppiato bene: certi botti hanno generato opere molto significanti e interessanti. Con tenacia la bellina ha combattuto tutta la vita per pareggiare il suo valore, non si è mai sentita inferiore all’altro sesso, quello del carisma; la sua guerra è stata vincente su quasi tutta la linea. Il quasi si riferisce al denaro che a tutt’ora è, nella maggior parte, monopolizzato dal maschio.
Quale razza d’arte è quella pubblicata e criticata su alcune riviste atroci sia nell’impaginazione sia nelle riproduzioni dagli orribili colori, impossibile a digerire anche a un primo sguardo: indignazione e ribrezzo sono gli unici sintomi che producono in una, seppur modesta, persona acculturata. Non basta l’ironia e il disincanto per sopportare tali onte o tali banalità ché ancor quelle rivoltano lo stomaco e con esso il senso del pudore. Alle pareti della maggioranza delle borghesi abitazioni nazionali e internazionali, fanno mostra appesi orripilanti trofei strappati ai mercatini o ai mercanti (si divertono, loro, a imbonire gli idioti acquirenti), cose indescrivibili dagli scintillanti colori (stranamente fluorescenti) dei paesaggini nevosi alle fette di anguria, dai ritratti velinici ai fiori morti stecchiti e graveolenti odore di putrefazione, dai pesci lucidi di squame rosse gialle verdastre agli strumenti musicali lisci e anch’essi morti nel silenzio imposto dalla stupidità del soggetto. Che cosa ne fanno delle loro povere ma presuntuose abitazioni? Solo luoghi di incultura, luoghi squallidi e degradati. Talvolta appaiono composizioni di fotografie ma anch’esse di banalità calendariale e peggio ancora gruppi di famiglia con bambini in pannolini. Meglio la capanna eritrea, etiopica, keniota, congolese, amerinda, esquimese, ecc. povera ma vera, essenziale e per questo stupenda in armonia e insostituibile ombelico del mondo.