Braque: datemi il mio blu (1964) | collage su cartoncino | cm 35×30

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06 sabato Giu 2020
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Braque: datemi il mio blu (1964) | collage su cartoncino | cm 35×30

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29 venerdì Mag 2020
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Non lontano dalla Cecenia, nelle aride e fredde steppe, un magnifico e grandissimo monumento raffigurante la Falce e il Martello faceva da ingresso al piccolissimo villaggio di casupole rade, diroccate e fredde. Intorno altri palazzi, incredibilmente vuoti a testimoniare l’antico regime tramontato, tantissimi monumenti ai cavalli, ai disastri automobilistici, ai capitani del popolo, agli eroi delle varie resistenze erano lì come sorti dal nulla, come cadaveri putrescenti, nessuno era intorno, nessun turista, nessuno che li curasse; i pochissimi abitanti frettolosi scansavano quei vecchi ruderi, unico rumore lo emanava qualche straccio di plastica sfilacciata che pendeva dalle orbite vuote delle loro finestre sbattuto dal vento costante delle fredde pianure. Stormi di corvi si posavano di volta in volta sulla falce, sul martello, sullo sfasciame di auto erette su piedistalli, sopra i cornicioni dei palazzi in disuso; stranamente evitavano le casupole, unici luoghi abitati. Lo sciamano era ancora il primo della tribù, il medicine-man, riverito e ascoltato come se tutti gli anni della rivoluzione fossero passati sul nulla. Ancora la scala che portava all’arcobaleno, ancora il sonno smembratore, il volo e la reincarnazione, ancora i profumi e le droghe, il fungo obliante e le inumazioni. Il ritorno dall’aldilà veniva festeggiato con il sacrificio di una pecora magrissima da cui colava quel poco sangue che poteva possedere. Un gruppo di donne nude, dai lunghi capelli neri danzavano al vento senza suoni, solo il sibilo del buran che sferzava impudico i loro corpi, l’erba si piegava sotto i loro passi lenti, non mancavano i falchi volteggianti nel cielo grigio. Si poteva prevedere la pioggia, forse avrebbe portato un ristoro per gli sparuti greggi e per tutto quel malandato villaggio, polveroso e maleodorante, risecchito sia negli abitanti, sia nelle architetture e negli incredibili monumenti svolazzanti filaticci di plastica rossa lasciata appiccicata dall’incuria. Un ragazzino con un tatuaggio sulla nuca rapata giocava a calcio: la palla era fatta di stracci legati con un cordame di budella di cavallo, la porta per i suoi gol era l’incavo della grande Falce; non c’era portiere a parare le sue calciate cosicché la vittoria assicurata gli procurava grandissimo piacere che sottolineava con forti grida di giubilo.
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22 venerdì Mag 2020
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Da poco è cessato di piovere (1981) | pennarello e tempera su cartoncino | cm 35×24

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16 sabato Mag 2020
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In tempi mediamente recenti, in un villaggio kirghiso, si erano materializzati fenomeni tuttora studiati ma tuttora non risolti: dall’unica fontana del piccolissimo villaggio scaturiva un’acqua piena di pagliuzze d’oro e da un albero fiorivano conchiglie che producevano grappoli di perle. I pochi abitanti, stupiti non sapevano che farsene, l’acqua sembrava imbevibile, specie per darla alle pecore e ai maiali, le perle durissime, potevano scardinare i radi denti che ognuno di loro ancora aveva. Lo sciamano prometteva il paradiso in terra a chi avesse mangiato quei frutti e il paradiso in cielo a chi avesse bevuto di quell’acqua ma stranamente nessuno gli credeva: preferivano morire di sete e di fame senza nessuna ricompensa. Un giorno arrivò una troupe di turisti con a capo un imprenditore americano che avrebbe fatto oro anche con gli escrementi, vedendo quei fenomeni così straordinari si entusiasmò e subito ne fece man bassa facendo mettere dai suoi scagnozzi in milioni di bottiglie di plastica l’acqua e in altrettanti contenitori i grappoli di perle. Al villaggio kirghiso niente restò neanche le promesse dello sciamano, l’americano aveva portato via tutto perfino il paradiso terreno e quello ultraterreno e in ciò furono fortunati perché non c’è peggior pericolo al mondo delle promesse non mantenute. Lo sciamano continuò a promettere ma oramai non aveva più merce di scambio altro che l’improbabilità di un futuro escatologico.
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16 sabato Mag 2020
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Forzati (1965) | pennarello su cartello stradale | cm 75×75

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30 giovedì Apr 2020
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Un’altra volta c’era un Uomo che non sapeva come riempire il suo ozio altro che con qualche viaggio ai confini delle sue terre che, in quanto ricchissimo, erano di notevolissime estensioni. Verificava ansioso se qualcuno avesse messo piede con qualche cosuccia sulla sua terra e se ciò accadeva anche trovando un barattolo vuoto di Coca-Cola o un mezzo cono di gelato smangiucchiato se ne andava su tutte le furie e si mangiava il fegato dalla rabbia. Non pensava che a questo, tutta la sua ricchezza non gli era di conforto: era aspro con la moglie, con i figli e con tutti quelli che lo circondavano; il disgraziato rischiava di morire di cirrosi o di cancro ma continuava imperterrito nella sua lucida follia. Viveva in un universo parallelo confidante nella resurrezione e nel punto Omega, fedele alla fisica moderna, ai limiti dell’improbabile, certo dell’eterno ritorno e del superuomo Übermensch. Ma il suo fegato si ribellava alla ragione e continuava a soffrire le piccole asperità quotidiane, meschine e incolte. I confini del suo immenso territorio dall’Arabia Saudita a New Orleans, dal Laos alla Grande Muraglia cinese erano continuamente violati da una società primitiva: il mito greco di Sisifo lo tormentava, ogni violazione corretta veniva subito di nuovo ripetuta e così all’infinito. Un giorno incontrò un omino tutto raggrinzito dal sole che cantando calpestava la terra verboten; per un po’ stupito dal gorgheggio, lo lasciò fare, anzi si mise a sedere su un masso a guardarlo e ascoltarlo: l’omino cantava l’amore, le dolcezze della vita, il flebile pianto di suo figlio e gli occhi azzurri della sua compagna. A queste cose il Ricco mai aveva dato importanza, mai si sarebbe sognato di notarle, di farle memorizzare dalla sua mente o ancora peggio, riporle nel suo cuore. Continuò a essere incantato da quella voce, piano piano s’incurvò, cadde dal masso, si arrotolò come un serpente e spirò sul limitare dei suoi confini.
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29 mercoledì Apr 2020
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Sex (2010) | acrilici su tela stampata | cm 160×120

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10 venerdì Apr 2020
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C’era una volta un re e una regina e i sudditi soffrivano le pene dell’inferno perché essi erano crudeli e si divertivano a torturarli con le tasse e altri balzelli. Inondavano i computer con milioni di virus e i poveri sudditi stavano ore e ore ogni giorno a cancellare quei microbi infernali: peggio del carbonchio, della peste petecchiale e del colera. Inoltre il tifo faceva strage di diecine di vassalli benestanti che per censo e per abitudine venivano cremati e le loro ceneri, sparse per le colline verdeggianti, concimavano benissimo il terreno per nuove coltivazioni di mais, di soia e di carciofi. Si giravano film sui pinguini innamorati e ne si imponeva la visione per giorni interi da tutti gli schermi che si trovavano sia nelle case sia, enormi e giganteschi, per tutte le strade e le piazze del piccolo regno lacchèstano. Non c’era traccia di spot pubblicitari, nessuno sapeva mai cosa comprare: qual era il prodotto migliore? Ciò metteva in grandissima angoscia il povero popolo che doveva pensare individualmente alla scelta: era il dramma giornaliero. Non soltanto: erano proibiti anche i sogni perché a ogni risveglio i poveretti erano costretti immediatamente a scriverli e inviarli per e-mail solo se avevano sognato in bianco e nero altrimenti venivano decapitati e la loro testa appesa all’arco della porta a esempio per tutti. Vicino alla porta c’era un letto di legno dove ogni sera dovevano accoppiarsi in bella vista e il re o la regina passavano a cavallo sopra una Cadillac e si divertivano a frustare le terga delle coppie nelle varianti delle posizioni studiate dal Kāma Sūtra e perfettamente eseguite. Questo era il compito più difficile sia perché era giornaliero, sia perché le frustate venivano a riaprire le ferite neanche un po’ rimarginate. Nonostante tutte queste angherie mancavano di spirito di ribellione; anzi sembravano quasi felici del loro stato, paghi della sofferenza inflittagli, come fosse un sacrificio per un promesso paradiso futuribile. La ricompensa non era assolutamente adeguata ai patimenti, ma si sa che la fede è irrazionale e inestinguibile, perciò ogni male voluto non è mai troppo.
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08 mercoledì Apr 2020
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La potenza della poesia (2006) | acrilici su tela stampata | cm 60×45

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03 venerdì Apr 2020
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Che meraviglia i suoni, i colori e i nomi dei paesi orientali: Samarcanda e Bukhara, Tashkent, il Kazakhstan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kyrgyzstan… il percorso di Gengis Khan in su e in giù per la steppa a cavallo con gli sciamani e i vocalizzi Tuva. Che ne possiamo fare del fascino francese, Parigi, i castelli della Loira… no è troppo a portata di mano, troppo scontato. Allora vanno bene i sobborghi di Londra, i quartieri del Middle Sex no, anche questi obsoleti percorsi dei turisti con il solito cent al piede. L’America dal nord al sud passando per le Ande e andando un po’ a zig zag, consumando il consumismo anche fra le baracche del Brasile e dell’Argentina. La ex Germania nazista, i campi di concentramento, i forni crematori: anche questi troppo sfruttati, fotografati, rivoltati, storici, antichi, invecchiati. I paesi un po’ pericolosi a rischio di bombe e kamikaze a nolo come il Pakistan, l’Afghanistan, l’Iraq, la Palestina, Israele. Più tranquilli i sentierini mai percorsi, tutti verdi, ecologici, intricati di rovi, neanche segnalati dalle comunità montane, con serpentelli innocui o velenosi, ragni, qualche fiera sopravvissuta e orbettini che nessuno sa cosa siano (sauri con le zampette atrofizzate). Il giro del mondo per sentierini e canoe. Ci vuole una vita per farlo e forse non basta: con due reincarnazioni ce la dovremmo fare. Tutti i sentieri del mondo scansando le città, i monumenti, le tracce di civiltà. Utopia utopia, solo utopia. Forse anche noia, la cultura non interessa più. Meglio le drammaticità umane, le contraddizioni, gli scempi, i monumenti innalzati e rovesciati, oggi su domani giù, l’inquinamento, il cemento, lo sventramento delle civiltà… i disastri aerei, il terrorismo, le aggressioni, gli estremismi religiosi, gli scontri etnici, le rivalità fra ricchi e fra poveri, le stragi delle balene e delle foche. E non c’è che l’imbarazzo della scelta. Si può trovare un dio ovunque.
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