Collezionate (1971) | collage su cartoncino | cm 66×48

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06 domenica Nov 2016
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Collezionate (1971) | collage su cartoncino | cm 66×48

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30 domenica Ott 2016
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Il paesaggio falso (1977) | tempera su tela emulsionata | cm 70×55

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28 venerdì Ott 2016
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Lucia Marcucci – Essa Extra (1965)

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24 lunedì Ott 2016
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Miss Viaggio (1964) | collage su masonite | cm 35×25

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20 giovedì Ott 2016
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Tag
Arte Contemporanea, Collezione Donata Pizzi, Contemporary Art, Lucia Marcucci, Poesia Visiva, Raffaella Perna, Triennale di Milano, Visual Poetry
L’ALTRO SGUARDO. Fotografe italiane 1965-2015
Una selezione di più di centocinquanta fotografie e libri fotografici, provenienti dalla Collezione Donata Pizzi, per conoscere le più significative fotografe italiane dalla metà degli anni Sessanta a oggi.
La mostra, a cura di Raffaella Perna, propone una selezione di più di centocinquanta fotografie e libri fotografici provenienti dalla Collezione Donata Pizzi, concepita e costituita con lo scopo di favorire la conoscenza e la valorizzazione delle più significative interpreti nel panorama fotografico italiano dalla metà degli anni Sessanta a oggi.
In Italia l’ingresso massiccio di fotografe, fotoreporter e artiste nel circuito culturale risale agli anni Sessanta: in questo momento l’accesso delle donne al sistema dell’arte e del fotogiornalismo – ambiti rimasti a lungo appannaggio quasi esclusivo di presenze maschili – è favorita dai repentini cambiamenti sociali e dalle lotte femministe. Grazie anche alle conquiste di quella generazione oggi fotografe e artiste hanno acquisito posizioni di primo piano nella scena culturale del nostro Paese e in quella internazionale: il loro lavoro è presente in musei, gallerie, festival, riviste e pubblicazioni specializzate, in Italia e all’estero. Nonostante la decisa inversione di rotta, la storia e il lavoro di molte fotografe è ancora da riscoprire, promuovere e valorizzare: le opere della Collezione Donata Pizzi testimoniano momenti significativi della storia della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio; da esse affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzato la fotografia nel nostro Paese. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, la necessità di dare voce a istanze personali e al vissuto quotidiano e familiare, il rapporto tra la memoria privata e quella collettiva sono i temi nevralgici che emergono dalla collezione e legano tra loro immagini appartenenti a vari decenni e generi, dalle foto di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali.

Triennale di Milano – 5 ottobre 2016 | 8 gennaio 2017
18 martedì Ott 2016
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Tag
Antonio Porta, Arte Contemporanea, CAMeC, Contemporary Art, Gruppo '70, Gruppo 63, Lamberto Pignotti, Lucia Marcucci, Luigi Tola, Nanni Balestrini, Poesia Visiva, Renato Barilli, Scrittura, Vincenzo Accame, Visual Poetry
Da un’avanguardia all’altra. Esperienze verbo-visive tra Gruppo 63 e Gruppo 70
Opere di Vincenzo Accame, Nanni Balestrini, Lucia Marcucci, Lamberto Pignotti, Antonio Porta, Luigi Tola
Nel giugno del 1966 alla Spezia si tenne la quarta riunione del Gruppo 63, uno dei più importanti movimenti letterari del secondo Novecento italiano. Questo incontro – che per la città fu un vero e proprio evento – è ricordato, esattamente a cinquant’anni di distanza, con il convegno “Il gruppo 63 alla Spezia 1966-2016” e una mostra.
La manifestazione intende dimostrare come il Gruppo continuò a essere attivo e produttivo anche negli incontri successivi alla fondazione palermitana del ’63, procedendo ogni volta a focalizzare nuovi aspetti, problemi e protagonisti.
Comitato scientifico e organizzatore: Renato Barilli, Luca Basile, Marzia Ratti
Coordinamento tecnico-scientifico: Eleonora Acerbi, Giacomo Borrotti, Cinzia Compalati, Cristiana Maucci
22 ottobre 2016 | 19 marzo 2017
CAMeC – piazza Cesare Battisti, 1 – La Spezia

17 lunedì Ott 2016
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a cura di Andrea Bruciati, Daniele De Luigi, Serena Goldoni
In mostra fotografie e disegni di 125 artisti che ripercorrono gli ultimi cento anni della storia dell’arte, dal 1915 al 2016: accanto ad opere di molti tra i protagonisti del Novecento, punto di riferimento irrinunciabile per le successive generazioni, provenienti dalle raccolte della Galleria civica e da importanti collezioni pubbliche e private, saranno esposti lavori di artisti emergenti, nati tra il 1979 e il 1990, realizzati espressamente per l’occasione e che entreranno a far parte della collezione del museo.
Il concept della mostra propone una declinazione del tema “agonismo” come analisi dei processi evolutivi dell’opera d’arte nel corso dei decenni. Ogni artista infatti prende le mosse da alcune fonti di ispirazione in direzione di un tentativo di superamento dei modelli che lo hanno preceduto: il progetto espositivo – spiegano i curatori – è imperniato sulla tensione che da qui si genera, anche a distanza, grazie a un confronto privo di competizione fisica diretta, ma non meno intenso e faticoso. L’artista si sottopone dunque a disciplina, sforzo interiore, impegno intellettuale e professionale per affrontare ciò che si materializza come un vero e proprio alter ego.
16 settembre 2016 | 8 gennaio 2017
Galleria civica di Modena – Palazzo Santa Margherita – Modena

14 venerdì Ott 2016
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Corruptorum hominum sanguis (2008) | acrilici su tela stampata | cm 164×117

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10 lunedì Ott 2016
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Rosso (2008) | acrilici su tela stampata | cm 166×118

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09 domenica Ott 2016
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Non c’erano motivi per restare insonne, nonostante ciò le notti si riducevano drammaticamente: dormivo appena tre ore. Mi domandavo perché ed era un circolo perverso, il cervello mi andava ramingo per infiniti labirinti in cerca di una causa, ma invano. Allora ripercorrevo le tappe importanti della mia vita soffermandomi ai particolari e sforzandomi di ricordarli nei colori, nel calore degli ambienti e perfino negli odori: a folate mi giungevano quelli dell’erba tagliata, delle violacciocche, del grano maturo, degli oleandri, della resina dei pini, della terra e dell’asfalto bagnati dalla pioggia, ancora il profumo del caffè, della cioccolata, della cera sul legno antico. Gli ambienti mi apparivano colorati da toni rosati e scaldati da fonti pseudo-naturali: stufe di maiolica smaltata, caminetti in marmo peperino, larghi bracieri fumanti. Gli attori non erano così ben definiti… quasi sfumavano immersi in una nebbia violacea, mi era molto difficile fermarli intorno a me, fluttuavano e si succedevano come in una ridda: li chiamavo a uno a uno e nominandoli si soffermavano cominciando a reinterpretare l’evento.
Erano così importanti questi avvenimenti? Durante le mie veglie notturne acquistavano un enorme significato, tale da sconvolgere il programma del giorno a venire. Però fortunatamente spesso, alla mattina, svanivano lasciandomi esausta ma libera. Cominciavo così il nuovo giorno non solo lavata sulla pelle dalla breve doccia mattutina ma anche dentro, il cervello sgombro da elucubrazioni e problemi, innocentemente coraggioso per la nuova, a volte disastrosa, giornata. L’ottimismo guariva tutte le piaghe che via via si formavano nella fatica quotidiana e, anche se saltellante a mo’ di grillo, fino a sera infaticabilmente ridanciano. Humor e sano distacco dalle tragedie che solamente un bigotto cretino crede, con fede cieca, di poter esorcizzare, guadagnandosi il paradiso brandendo l’obolo per il mendicante, l’opera mediocre per l’asta benefica, il ciao per il nero claudicante-replicante, la visita pietosa alla vecchietta, le lacrime al funerale di turno e così via. Niente di tutto questo rito consolatorio ma solo crudele voglia rivoluzionaria degl’inferi e tanta di caldo fuoco bruciacchiante le interiora. L’arte si alimentava di questo cibo fatto di miscugli contraddittori, di esaltanti progetti folli, irrazionali, fantastici che non avevano né capo né coda, erano solo vogliosi di mettere giù qualcosa; questo qualcosa che sorprendentemente si concretizzava in una bellissima opera cotta al momento giusto.
(Gli avvenimenti, dai quali certamente derivava il mio lavorio nella categoria degli artistimatti, si trovavano sparsi negli anni dell’infanzia e della pubertà, più diradati nella successiva età perché filtrati attraverso una razionalità talvolta rigorosa, talvolta consapevole della trasgressione progettata, attuata voluttuosamente e appassionatamente. Ma quali avvenimenti se sono nella maggior parte svaniti dalla memoria? Eppoi chi se ne importa! Chi potrebbe essere interessato alla narrazione di essi? A cosa potrebbe servire elencarli cronologicamente? Domando e dico, dico e domando: questa frase martella spudorata nel cervello come fosse base per la mia formazione intellettiva e operativa. L’arte della retorica sapeva nominare ogni frase: ossimoro, palindromo, litote, sineddoche, metatassi, pleonasmo, ecc. ma non aiutava più di tanto alla realizzazione dell’opera. Le nozioni scolastiche tornavano minacciose a inquinare la successiva cultura scelta autonomamente ma presto, fortunatamente, erano seppellite in un mare di ironia che però, forse per vendetta, prendeva talmente possesso che lo scrivere diveniva sempre più osteggiato, che dico, proprio aggredito e sbaragliato. La parola balbuziente a fatica emetteva un suono, che suono? Respinta dalla mente e dalla tastiera, la display bianca, vuota: tutto lo scritto non avrebbe potuto replicare pena la cancellazione. Avveniva la reazione: forte, compressa, relativamente ruffiana ma che, tuttavia, riportava alla fattività non poi tanto limitativa, anzi, reduce da astinenza, era ancor più vogliosa di concretizzare. Riprendeva così il lavoro quotidiano che procedeva attraverso prove ed errori, prove ed errori, prove ed errori…
Poiché non tutto riesce alla prima stesura, l’affanno era il disfare non il correggere, l’opera doveva proprio essere cancellata dalla vista e dalla mente, dimenticata a oltranza altrimenti poteva riaffiorare danneggiando la successiva. In tutta questa intensa fattività si accumulava e si stratificava la cosiddetta professionalità cosicché un banale collage si rivelava intriso di significati, di rimandi, di memorie, alla fine sintesi e fonte di forte rimescolamento culturale.
Le insonnie si producevano spesso con il rimuginare del perché ero artista e del perché me lo domandavo: questo mi rimandava all’imprinting costringendomi alla ennesima rivisitazione del contesto familiare, una fissazione dalla quale non uscivo: domando e dico, dico e domando. La fotografia era l’arte d’avanguardia che sperimentava mio padre, ma non solo quella, anche l’elettricità, la chimica, la botanica, la meccanica, i libri dei più spericolati letterati, dei filosofi e insomma tutto ciò che più moderno c’era, era lì, in casa a portata di mano, il movimento dei futuristi compreso (Lacerba, i manifesti, i libri di Marinetti, di Gargiulo, i disegni di Dottori, ecc.). Nella stanza da studio stavano i libri, le fotografie, insomma le cose più nobili, ma nella stanzaccia di tutto: i residui delle bobine, dei trasformatori, dei bulbi e delle talee da innesto, degli alambicchi per uso misterioso, polveri di ammonio, pirite, fogli di mica, fili di rame, alluminio, zolfo, ecc. ecc., non mancava niente: l’immaginazione correva incantata fra la bachelite e il filo elettrico, fra il vascolo e la grande vecchia macchina fotografica ancora sul treppiede con dentro la lastra, il lungo pulsante della posa e il telo nero penzolante. Nella stanzaccia c’era perfino l’altalena ma dovevo aprire la porta-finestra per farci i miei voli; voli che presto compresero i giochi d’arte o ciò che chiamavo divertimenti nonsense…: scandalizzavo gli amici con scarabocchi e frasi di cui andavo orgogliosa.
Quando si concretizzò la poetica che perseguo da tanti anni? La consapevolezza arrivò piano, alla fine degli anni cinquanta, con la frequentazione dei testi teatrali dei vari Beckett, Dürrenmatt, Ionesco, degli espressionisti tedeschi, e Joyce, de Saussure, Benjamin; la presenza sempre più preponderante dei media, del linguaggio filmico e televisivo, la noiosa seriosità di alcuni autori e lo spiazzante gergo pubblicitario, quel qualcosa che invogliava a mescolare, in un primo momento sebbene diviso, subitaneamente rapportato e manipolato. Ecco scaturire il linguaggio verbo-visivo: poesia tecnologica e poesia visiva. Alla fine di questo percorso l’incontro con alcuni degli intellettuali fiorentini, quelli che sperimentavano (che coincidenza!) i vari linguaggi dei mezzi di comunicazione di massa.
Il clima culturale fiorentino era conformista-provinciale-bottegaio, in più, proprio per non coltivare speranze, sventolato con presunzione e arroganza: molti di questi illusi, poveri di spirito, s’aspettavano il Nobel! Orribile in tutti i sensi. Ma questa palude stigia dava la carica per una reazione, una forte carica atta a sconvolgere, combattiva più che mai, pronta a capovolgere qualsiasi affermazione dei suddetti e dintorni. Ciò avvenne, non senza lacrime, non senza furiosi e pungenti chiacchiericci, non senza spargimento per strada di ex amici, ma avvenne! Dalla palude all’avanguardia: le acque furono mosse.
Firenze 30 marzo 2008
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