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La poesia visiva come nuova forma di linguaggio è scaturita dall’incitazione al consumo delle comunicazioni di massa, da tutte le costrizioni della nostra società capitalista, dal cumulo di informazioni che bombardano senza tregua e che schiavizzano attraverso forme e abitudini imposte. La creazione di questo nuovo linguaggio che si è riappropriato dei moduli magmatici e alienanti per contrapporre, per fare guerriglia intorno, dentro e contro, ha permesso di riprendere coscienza della realtà in modo critico e attraverso un’operazione politica. Il mio lavoro è iniziato manipolando immagini e slogans tratti dai rotocalchi, creando nello stile dei manifesti murali dei contro-manifesti, scrivendo sulle pagine dei giornali o sulle « civette » dei medesimi (negli anni ’66, ’67) esclamazioni prese a prestito dal linguaggio dei fumetti. Spesso, nelle mie opere, le immagini femminili venivano usate, cambiate di segno, nella maniera più irritante agli occhi del fruitore, abituato ad assumere la riproduzione della donna come consumo di bellezza. In seguito ho continuato la stessa operazione servendomi di immagini di sculture classiche, magari rovinate dal tempo e quasi decomposte, di incisioni gotiche usurate apponendovi una frase ironica o appellativa per decontestualizzarle e creare un messaggio stupefatto.

Poi collage, impronta del corpo femminile e scrittura: impronta come feticcio o come mito nel mondo delle impurità e/o delle purezze tecnologiche; interventi di scrittura come revival di poesia impropria, contaminazione e compromesso con tutti i « ricordi » della cultura data e acquisita. L’impronta del corpo è inquietudine, ansia e malessere dell’ingombro materiale e naturale che possediamo e che dobbiamo spostare e inserire ovunque. La presenza corporea dell’artista nel contesto politico della massa, del pubblico: la sua testimonianza incolta, rozza, tale e quale, in rapporto alla costruzione culturale dell’ambiente che lo circonda. Il corpo e gli archi di trionfo, il corpo e il grattacielo, il corpo e il libro, il corpo e la scultura, il corpo e il simbolo politico, il corpo e la fotografia del corpo, il corpo e l’eroe, il corpo e il paesaggio modificato dall’« animale culturale »: l’uomo e la tecnologia. Il messaggio è formulato attraverso un nuovo codice, attraverso l’iterazione di elementi che hanno necessità di coesistere: la materia, l’immaginazione e la tecnica. L’opera di poesia visiva dunque non nasce dalla letteratura o dalla pittura ma come opera autonoma del conflitto dell’uomo con i mezzi di comunicazione di massa.

Lucia Marcucci – Elevatio (1977)

Visual poetry as a new form of language arose from the incitement to the consumption of mass communications, from all the constraints of our capitalist society, from the accumulation of information that they relentlessly bombard and enslave through imposed forms and habits. The creation of this new language that has re-appropriated the magmatic and alienating modules to contrast, to wage warfare around, inside and against, has made it possible to regain awareness of reality in a critical way and through a political operation. My work began by manipulating images and slogans taken from magazines, creating counter-posters in the style of wall posters, writing on the pages of newspapers or on the “owls” of the same (in the ’66, ’67) exclamations borrowed from comic language. Often, in my works, female images were used, changed in sign, in the most irritating way in the eyes of the viewer, accustomed to assuming the reproduction of women as a consumption of beauty. Later I continued the same operation using images of classical sculptures, perhaps ruined by time and almost decomposed, of worn Gothic engravings, adding an ironic phrase or appellation to decontextualize them and create an astonished message.

Then collage, imprint of the female body and writing: imprint as a fetish or as a myth in the world of impurities and/or technological purities; writing interventions as a revival of improper poetry, contamination and compromise with all the “memories” of the given and acquired culture. The imprint of the body is restlessness, anxiety and discomfort of the material and natural encumbrance that we possess and that we must move and insert everywhere. The bodily presence of the artist in the political context of the mass, of the public: the testimony of him uncultivated, rough, as it is, in relation to the cultural construction of the environment that surrounds him. The body and the triumphal arches, the body and the skyscraper, the body and the book, the body and the sculpture, the body and the political symbol, the body and the photography of the body, the body and the hero, the body and the landscape modified by the “cultural animal”: man and technology. The message is formulated through a new code, through the iteration of elements that need to coexist: matter, imagination and technique. The work of visual poetry therefore does not arise from literature or painting but as an autonomous work of man’s conflict with the mass media.

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