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La poesia visiva è una nuova forma di linguaggio derivata dai massicci incitamenti dei media al consumo, dai molti vincoli della nostra società capitalista, dalle informazioni accumulate con le quali siamo bombardati e ridotti in schiavitù incessantemente attraverso forme e abitudini imposte. La creazione di questo nuovo linguaggio che ha riappropriato di modelli magmatici e alienanti per opporsi a loro, per compiere un’azione di guerriglia intorno, dentro e contro di loro, ha permesso di riprendere una consapevolezza critica della realtà attraverso un’operazione politica.

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Il mio lavoro è iniziato con la manipolazione di slogan e immagini raccolte da manifesti e pubblicità, creando contromisure nello stile dei poster da parete, scrivendo esclamazioni sulle pagine dei giornali, prese in prestito dai fumetti dei cartoni animati. Le immagini femminili sono spesso utilizzate nel mio lavoro, con un cambio di “segno” calcolato per irritare l’abituale guardone, abituato ad assumere la riproduzione delle immagini delle donne come consumo di bellezza. Ho continuato questa operazione usando le immagini della scultura classica, corrose e quasi decadute dal tempo, o intagli gotici consumati, apponendo una frase ironica per decontestualizzare l’immagine e creare un messaggio inaspettato.

Poi sono passata al collage, usando l’impronta del corpo femminile e la scrittura: l’impronta come feticcio o come mito del mondo dell’impurità e/o della purezza tecnologica; l’applicazione della scrittura come rinascita di una poesia impropria, contaminata e compromessa con i “ricordi” di una cultura data e acquisita. L’impronta del corpo è un’espressione di disagio, ansia e disagio con l’ingombro materiale e naturale che possediamo e che dobbiamo muoverci e mettere ovunque. La presenza corporale dell’artista nel contesto politico della massa del pubblico: la sua testimonianza grezza e non coltivata in quanto tale, per quanto riguarda le costruzioni culturali del suo ambiente circostante. Il corpo e gli archi del trionfo, il corpo e il grattacielo, il corpo e il libro, il corpo e la scultura, il corpo e la fotografia del corpo, il corpo e l’eroe, il corpo e il paesaggio modificato della “cultura animal “: uomo e tecnologia.

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Il messaggio è formulato attraverso un nuovo codice, attraverso l’iterazione di elementi che devono coesistere: materia, immaginazione e tecnologia. Quindi le opere della poesia visiva non procedono dalla letteratura o dalla pittura, ma come arte autonoma fuori dal conflitto dell’uomo con i mass media.

Lucia Marcucci

The Paris Review – New York – Spring 1979

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Visual poetry is a new form of language sprung from the media’s massive incitements to consumption, from the many constraints of our capitalist society, from the accumulated information with which we are bombarded and enslaved ceaselessly through imposed forms and habits . The creation of this new language which has reappropriated magmatic, alienating models to oppose them, to carry out a guerilla action around, within and against them, has made it possible to resume a critical awareness of reality through a political operation.

My work began with the manipulation of slogans and images collected from posters and publicity, making counter-manifestos in the style of wall- posters, writing exclamations on newspaper pages, borrowed from the speech-balloons of cartoons. Female images are often used in my work, with a change of “sign” calculated to irritate the habitual voyeur, accustomed to assuming the reproduction of women’s images as a consumption of beauty. I continued this operation by next using the images of classical sculpture, corroded and almost decayed by time, or gothic carvings eaten away, apposing an ironic phrase to decontextualize the image and create an unexpected message.

Then I moved on to collage, using the imprint of the female body and writing: the imprint as fetish or as myth of the world of impurity and/or of technological purity; the application of writing as a revival of an improper poetry, contaminated and compromised with the “memories” of a given and acquired culture. The imprint of the body is an expression of unease, anxiety and discomfort with the natural, material encumbrance we possess and have to move about and put everywhere. The bodily presence of the artist in the political context of the mass of the public: its raw, uncultivated testimony as such, with regard to the cultural constructions of its surrounding environment. The body and the arches of triumph, the body and the skyscraper, the body and the book, the body and sculpture, the body and the photograph of the body, the body and the hero, the body and the modified landscape of the “cultural animal “: man and technology.

The message is formulated through a new codex, through the iteration of elements which must coexist: matter, imagination and technology. Hence the works of visual poetry do not proceed from literature or from painting, but as an autonomous art out of the conflict of man with the mass media.

Lucia Marcucci

The Paris Review – New York – Spring 1979

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