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I fenomeni naturali quali le piogge, il vento, le albe, i tramonti, la neve, il gelo, il sole splendente e le nubi alte, stratificate, mutanti in strane figure dove ognuno può vedere e immaginarsi qualsiasi vicenda, qualsiasi rappresentazione proto-filmica perché continuamente variante, sono questi gli spettacoli meravigliosi a cui rivolgersi per lenire le ferite della vita. Anche le guglie dei grattacieli, le distese dei mulini eolici, i canali artificiali e i viluppi degli svincoli autostradali hanno un loro fascino, l’avanzata tecnologia edifica monumenti avveniristici fascinosi, degni di incanto. L’uomo subisce incosciente quell’ammaliamento tanto che si vedono greggi di turisti con i nasi per aria e le bocche aperte per le streets di New York, non meno per le altre città siano esse europee, giapponesi, coreane, cinesi, indonesiane, chi più ne ha, più ne metta. Sempre, costantemente vediamo i nasi all’insù, l’occhio dietro l’obiettivo, l’orecchio sul cellulare, il dito pronto a spippolare, scattare, scattare o girare, girare. Quanto questi ominidi capiscano ed elaborino è ancora da verificare, sembra che ben poco venga percepito in modo tale da costruire un’esperienza su cui basare uno stile di vita, una prassi, tantoméno un’etica. Il più delle volte gli stimoli non raggiungono che il vuoto e sul vuoto non si può edificare il benché minimo complesso. I rapporti con l’immaginazione e la razionalità della natura sono i soli condivisibili perché in fondo facilitano l’infinita progettazione della mente.

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