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Non lontano dalla Cecenia, nelle aride e fredde steppe, un magnifico e grandissimo monumento raffigurante la Falce e il Martello faceva da ingresso al piccolissimo villaggio di casupole rade, diroccate e fredde. Intorno altri palazzi, incredibilmente vuoti a testimoniare l’antico regime tramontato, tantissimi monumenti ai cavalli, ai disastri automobilistici, ai capitani del popolo, agli eroi delle varie resistenze erano lì come sorti dal nulla, come cadaveri putrescenti, nessuno era intorno, nessun turista, nessuno che li curasse; i pochissimi abitanti frettolosi scansavano quei vecchi ruderi, unico rumore lo emanava qualche straccio di plastica sfilacciata che pendeva dalle orbite vuote delle loro finestre sbattuto dal vento costante delle fredde pianure. Stormi di corvi si posavano di volta in volta sulla falce, sul martello, sullo sfasciame di auto erette su piedistalli, sopra i cornicioni dei palazzi in disuso; stranamente evitavano le casupole, unici luoghi abitati. Lo sciamano era ancora il primo della tribù, il medicine-man, riverito e ascoltato come se tutti gli anni della rivoluzione fossero passati sul nulla. Ancora la scala che portava all’arcobaleno, ancora il sonno smembratore, il volo e la reincarnazione, ancora i profumi e le droghe, il fungo obliante e le inumazioni. Il ritorno dall’aldilà veniva festeggiato con il sacrificio di una pecora magrissima da cui colava quel poco sangue che poteva possedere. Un gruppo di donne nude, dai lunghi capelli neri danzavano al vento senza suoni, solo il sibilo del buran che sferzava impudico i loro corpi, l’erba si piegava sotto i loro passi lenti, non mancavano i falchi volteggianti nel cielo grigio. Si poteva prevedere la pioggia, forse avrebbe portato un ristoro per gli sparuti greggi e per tutto quel malandato villaggio, polveroso e maleodorante, risecchito sia negli abitanti, sia nelle architetture e negli incredibili monumenti svolazzanti filaticci di plastica rossa lasciata appiccicata dall’incuria. Un ragazzino con un tatuaggio sulla nuca rapata giocava a calcio: la palla era fatta di stracci legati con un cordame di budella di cavallo, la porta per i suoi gol era l’incavo della grande Falce; non c’era portiere a parare le sue calciate cosicché la vittoria assicurata gli procurava grandissimo piacere che sottolineava con forti grida di giubilo.

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