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In tempi mediamente recenti, in un villaggio kirghiso, si erano materializzati fenomeni tuttora studiati ma tuttora non risolti: dall’unica fontana del piccolissimo villaggio scaturiva un’acqua piena di pagliuzze d’oro e da un albero fiorivano conchiglie che producevano grappoli di perle. I pochi abitanti, stupiti non sapevano che farsene, l’acqua sembrava imbevibile, specie per darla alle pecore e ai maiali, le perle durissime, potevano scardinare i radi denti che ognuno di loro ancora aveva. Lo sciamano prometteva il paradiso in terra a chi avesse mangiato quei frutti e il paradiso in cielo a chi avesse bevuto di quell’acqua ma stranamente nessuno gli credeva: preferivano morire di sete e di fame senza nessuna ricompensa. Un giorno arrivò una troupe di turisti con a capo un imprenditore americano che avrebbe fatto oro anche con gli escrementi, vedendo quei fenomeni così straordinari si entusiasmò e subito ne fece man bassa facendo mettere dai suoi scagnozzi in milioni di bottiglie di plastica l’acqua e in altrettanti contenitori i grappoli di perle. Al villaggio kirghiso niente restò neanche le promesse dello sciamano, l’americano aveva portato via tutto perfino il paradiso terreno e quello ultraterreno e in ciò furono fortunati perché non c’è peggior pericolo al mondo delle promesse non mantenute. Lo sciamano continuò a promettere ma oramai non aveva più merce di scambio altro che l’improbabilità di un futuro escatologico.

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